Dentro Oreokastro

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Dentro Oreokastro

Siamo a Oreokastro, uno dei campi governativi nella periferia di Salonicco. In un contesto così difficile e carico di tensioni, i rifugiati hanno costituito un consiglio interno, con l’obiettivo di discutere delle questioni relative alle condizioni di vita nel campo e di contribuire alla sua organizzazione interna. Dopo essersi consultati in assemblea, partecipano ai meeting con le ONG e le autorità greche che gestiscono il campo, facendosi portavoce di esigenze e di proposte.
Certamente questa iniziativa contribuisce a migliorare la situazione soprattutto dal punto di vista igienico, alimentare e sanitario, infatti le persone del campo possono segnalare direttamente a chi fornisce loro i servizi quali necessità sono sopraggiunte (dalla distribuzione di maggiore frutta a quella di vestiti per l’inverno etc.).
È stato inoltre attivato e autogestito, in parallelo, un sistema di raccolta fondi e di monitoraggio della situazione del campo per colmare le esigenze e le richieste in modo diretto.
Nonostante ciò abbia portato a un miglioramento materiale delle condizioni, il contesto morale e psicologico di questo e degli altri campi rimane intollerabile. Le lungaggini burocratiche delle pratiche di ricollocazione e riunificazione sono la prima causa del loro malumore, soprattutto la prospettiva di rimanere inchiodati in tende ammassate in capannoni inospitali durante l’inverno.
Infatti non dobbiamo dimenticarci che questa è una situazione temporanea e che la vera soluzione è permettere ai migranti di raggiungere il prima possibile la loro destinazione. Dove poter finalmente costruire un futuro.
Nonostante le difficoltà, sopravvivono momenti di vita “vera”. Come quando l’altro giorno abbiamo ricevuto un invito a pranzo da Jasmine e Ibrahim.
Siamo in ritardo (italiani!) e percorriamo velocemente il corridoio “J” definito dalle file di tende. Ogni tanto passiamo davanti a vecchi divani sistemati di fronte, come per ricreare una specie di soggiorno dove gli adulti parlano tra di loro e i bambini giocano qua e là, con quello che trovano.
Ed esattamente qui che veniamo fermati da un papà che con orgoglio ci invita a guardare il disegno della figlia. Le chiediamo cosa ha disegnato: due persone che si tengono per mano e piangono, un aereo sulla destra e sotto tanti omini stilizzati e colorati di rosso. “ Babies” dice .
Lei era cosi soddisfatta del suo capolavoro che noi abbiamo abbozzato un sorriso e un “beautiful”.
Ci chiediamo ancora, però, cosa ci fosse da sorridere.

Francesca Lacitignola
Francesco Esposito

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