VOUCHER: il lavoro grigio che non salva dal nero – Di Chiara Casasola

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VOUCHER: il lavoro grigio che non salva dal nero – Di Chiara Casasola

Tra l’emersione del lavoro sommerso e il totale smantellamento della stabilità lavorativa c’è un trattino d’unione: il voucher.
Quel buono lavoro che viene stiracchiato all’occorrenza per giustificare la lotta al nero o, al contrario, come emblema dell’ultimo approdo della precarietà lavorativa.

I voucher vedono la luce in Italia nel 2003, siamo al secondo governo Berlusconi, come forma remunerativa per alcuni settori, primo fra tutti quello domestico, dove particolarmente importante era il fenomeno del lavoro nero; la loro nascita è correlata dunque all’utilità di poter disporre di un metodo retributivo spendibile per quei lavori ─ si pensi anche alle lezioni private ─ caratterizzati da prestazioni di tipo occasionale.

Ne verrà data effettiva attuazione nel 2008, chiarendone metodo e limiti di utilizzo.

È stato quello l’anno in cui tale strumento fu largamente utilizzato nell’ambito delle vendemmie, occasione per avviare la vera e propria fase sperimentale, e tutti iniziammo a prendere confidenza con questa parola, che sarebbe diventata, di anno in anno, più familiare.

La legge Fornero quattro anni più tardi apre alla possibilità di ricorrere al pagamento mediante voucher a praticamente tutti i settori produttivi e il governo Letta elimina il rimando all’occasionalità della prestazione, rimuovendo di fatto anche l’ultimo argine ad un eventuale abuso del loro utilizzo.

E siamo ai giorni nostri, al governo Renzi, al Jobs Act, che sancisce una volta per tutte la possibilità di ricorrere a tale forma retributiva per un ventaglio quasi completo di settori produttivi, purché il lavoro sia considerato di tipo acessorio, aumentando inoltre da cinquemila a settemila euro il tetto massimo percepibile in un anno da un singolo lvoratore.

Se questi sono sommariamente i passaggi che hanno caratterizzato l’evoluzione dello strumento, è anche vero che non sono sufficienti a rendere l’idea dell’abuso che ne è stato fatto e che ha subito una vera e propria impennata, si pensi infatti che nel 2016 ne sono stati venduti circa 145 milioni (nel 2008 la cifra superava di non molto le 500 mila unità).

Nel corso degli anni inoltre il valore nominale del buono non è cambiato, rimanendo pari a dieci euro, come anche invariata è l’assenza di tutele tipiche dei contratti di lavoro quali, ad esempio, gravidanza, ferie, malattia. Pensiamo anche ad un’altra ─ peraltro per nulla trascurabile ─e conseguenza, ovvero la scarsa possibilità di maturar contributi ai fini pensionistici.

Vi è un tetto massimo di duemila euro che il datore di lavoro può pagare ad un singolo lavoratore, mentre non ci sono limiti riguardo al numero di lavoratori “acquistabili” (volendo usare un termine dal sapore polemico, ma che ben illustra la situazione), rendendo di fatto possibile un alto ricambio e una intuibile sofferenza nella specializzazione degli addetti.

Gli scarsi limiti di cui sopra inoltre, cui va aggiunta la validità di un singolo buono per 30 giorni (solo parzialmente corretta dall’obbligo di avviso di attivazione all’Ispettorato del lavoro) rendono evidente come tale strumento non sia sufficiente di per sé a consentire l’emersione del nero, che anzi rischia di essere parzialmente coperto con tale espediente, il quale rende possibile coprire solo in parte le reali ore di prestazione lavorativa.
Questi sono gli elementi quantificabili e chiaramente osservabili, ma ce ne sono altri più nascosti, anche se non si rende necessario uno sforzo troppo congruo per rintracciarli.

Lo spacchettamento di attività lavorative in tasselli pagabili con i “buoni comprati dal tabaccaio”, con un turnover spesso elevatissimo di lavoratori impiegati in una stessa posizione, ma anche la continua trasmigrazione dei lavoratori da un tipo di attività ad un’altra si ripercuote inevitabilmente, non solo sulla qualità lavorativa e di vita del singolo, ma anche sulla qualità dei servizi e dei beni che vengono offerti. A risentirne è la professionalizzazione, ma a ruota lo è anche la possibilità di crescita e realizzazione dell’individuo, che in questo estremo limbo della precarizzazione è disincentivato a tendere ad un miglioramento delle proprie capacità e impossibilitato a massimizzare le proprie competenze. Se pensiamo che questo malsano meccanismo non era proprio neppure di un mercato del lavoro antecedente a questo, in cui la pur già elevata flessibilità spingeva il lavoratore ad ottimizzare il proprio impegno, anche, nell’ottica di un rinnovo contrattuale o di una proroga.

Il 28 maggio saremo chiamati ad esprimerci su due quesiti referendari proposti dalla CGIL, quello concernente la responsabilità solidale negli appalti e quello, appunto, che vuole l’abrogazione dei voucher.
La discussione sulla necessità di abrogare totalmente il ricorso a tale strumento o regolamentarne l’utilizzo in senso più restrittivo è naturalmente aperta, certo è che in questo momento la carta che i cittadini possono giocare per evitare di essere ancora risucchiati nel vortice della giungla della ricattabilità e del precariato è quella del Sì al referendum di maggio.

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