Partita a calcetto con il futuro – di Chiara Casasola

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Partita a calcetto con il futuro – di Chiara Casasola

C’è invece della verità nelle parole del ministro Poletti: quel rapporto di lavoro che è “prima di tutto un rapporto di fiducia”, quel rapporto di lavoro che “si trova di più giocando a calcetto che mandando in giro dei curriculum”. C’è della verità, che viene portata a galla proprio dal ministro del lavoro, quello della riforma (una delle…) che tutti ci avrebbero invidiato e che invece ha smembrato definitivamente, assieme alle tutele, le prospettive occupazionali di un’intera generazione.

Ma non è solo questo, non solo il fatto che ─ ancora una volta ─ un ministro si stia arrogando il diritto di sbeffeggiare sacrifici, delusioni, aspettative, su questo sono state scritte pagine su pagine; quello che davvero è inquietante è l’assuefazione che tutta la catena di prese in giro ha prodotto.

Ci siamo assuefatti allo sberleffo aperto, alla critica alla “vittima” e non a chi pugnala, ma soprattutto ci siamo assuefatti al contenuto: ci siamo talmente abituati alla condizione di difficoltà che ormai non fa più notizia; se ne parla qualche ora, poi la boutade affievolisce il suo senso tragico e siamo corazzati per attutire il colpo della successiva.

Non ci indigniamo che per qualche ora, per l’esagerazione di un attimo e così sembra far più male la puntura di un’uscita infelice che il lento e continuo lavorio che ci toglie da sotto i piedi tutele, aspettative e che con il diminuire dell’occupazione e l’assenza pressoché totale di un salvagente rende le storture della tradizione italiana ancora più laceranti.

Corruzione, nepotismo, clientelismo valgono più di un curriculum dignitoso e tutto questo assume contorni ancor più drammatici se fa il paio con l’assenza di un sistema dinamico, di una flessibilità con la contropartita della sicurezza, di tutele adeguate, di strumenti di accompagnamento tra un lavoro e quello successivo e soprattutto se manca una rete di sicurezza in grado di garantire una vita dignitosa anche nei periodi di inattività o di lavori malpagati.

Ai giovani; ai giovani che lo erano e che stanno invecchiando sotto il giogo feroce della ricattabilità, costretti ad arrabattarsi senza specializzarsi mai; a quelli che si mettono in fila, sempre più silenziosamente, per un colloquio, per un concorso pubblico e “…tanto sapevamo già che avrebbero preso il figlio di tizio” non è stato possibile evitare l’assuefazione.

Monta l’indignazione sui social, la bolla si sgonfia e tra una gaffe e l’altra ci si rende complici del deterioramento del sistema.

Resta da chiedersi, e questo è il compito più oneroso, anche se imprescindibile, di tutte le forze progressiste di questo Paese, quali siano gli strumenti per ridare dignità agli individui partendo dal presupposto che si debba agire su un doppio fronte: quello culturale, per sradicare la tradizione della carriera e della “sistemazione” attraverso la rete di relazioni ancorché slegata dal merito effettivo ( all’italiana appunto) e sull’altro fronte, quello del modello di sviluppo che si intende proporre.

È proprio quest’ultimo a rappresentare la chiave per permettere alle persone di uscire dalla condizione di ricattabilità individuale; un modello di sviluppo coerente con i mutamenti ormai irrevocabili dell’economia e del mercato del lavoro su scala globale, che tenga conto delle prospettive future, prima tra tutte la digitalizzazione.

È necessario fare un salto coraggioso, prendendo atto che il principio lavoristico è forse insufficiente a fornire una risposta alle problematiche degli anni che ci attendono, ma anche di quelli che stiamo vivendo. La prospettiva della piena occupazione, date le condizioni, è destinata ad essere un miraggio aggravato dall’impossibilità di garantire agli individui un lavoro che sia in linea con il percorso di studi o l’esperienza maturata (non solo un lavoro, ma la tipologia e la qualità dello stesso), data la frammentazione stessa del sistema, ma anche il fenomeno ormai consolidato dei working poors, coloro che pur lavorando sono a rischio povertà ed esclusione sociale.
L’ostacolo da rimuovere dovrebbe essere dunque la marginalità, più che la disoccupazione.

La ricattabilità, più che la flessibilità.

Avere ben chiaro questo obiettivo rende naturale ricercare uno strumento che tuteli gli individui da tutti i rischi di cui sopra, come potrebbe essere un reddito minimo garantito.
Uno strumento di sostegno che nulla ha a che vedere con contributi a pioggia o manovre di puro assistenzialismo, ma che al contrario rende possibile far uscire gli individui dall’abisso dell’esclusione sociale senza bisogno di raccomandazioni, di parentele o di andare a giocare a calcetto.

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