Caro Michele, scrivo a te – di Viola Tofani

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Caro Michele, scrivo a te – di Viola Tofani

Caro Michele,
qui tutti scrivono di te e della tua lettera, la condividono in ogni modo per commentarla – di alcuni dubito anche del fatto che l’abbiano letta, ma tant’è – e invece io ho deciso di scrivere a te.
Ho la tua stessa età, 30 anni (tra due mesi) e vivo in una città che non è la mia, pagando un affitto esorbitante (di una stanza, in un appartamento con altre 6 persone) che decurta gran parte del mio stipendio; stipendio che probabilmente, allo stato dell’arte, non mi consentirà mai di essere realmente indipendente, di farmi un mutuo per una casa che non avrò mai, e nemmeno di comprarmi una macchina, per dire. Faccio un lavoro che sì, mi piace ed è nel mio settore, quindi sono anche fortunata: ma non è il lavoro che sognavo da bambina, questo no. Ho due lauree, un Master, conosco le lingue, mi sono sempre sbattuta tanto, come te immagino, per avere nel curriculum le “esperienze” giuste, quelle che ti rendono il “candidato ideale” per le posizioni di lavoro: da inizio 2016 ho mandato qualcosa come 600 curriculum – nonostante abbia un lavoro, sì – ricevendo forse 4 risposte in tutto. Colloqui: 2. Evidentemente c’è sempre un candidato migliore.
A 15 anni pensavo che a 25 avrei avuto una carriera fantastica, un marito e 2 figli. A 25 pensavo che a 30 avrei avuto tutto questo, che in 5 anni avrei cambiato tutto. Ora che ne ho quasi 30 penso che è meglio non pensarci: visto che il mondo vive sull’orlo del baratro, e noi con lui, l’unica cosa da fare è esistere nel presente cercando di sopravvivere agli urti quotidiani…e il futuro, si vedrà. Perché, appunto, siamo precari. Una precarietà esistenziale prima ancora che materiale, una precarietà psicologica, meschina, subdola: ma con cui si può imparare a convivere. Trasformando le nostre aspettative, i nostri desideri, rimodulando i nostri sogni, facendo pace con le aspettative che nutrivamo per noi stessi e che si sono rivelate un “nulla di fatto”.
Dicevo del mio lavoro. Ebbene, ti posso solo dire che facendo il lavoro che faccio io ti viene una voglia di vivere, una sete di vita, una rincorsa alla vita inenarrabile: ogni giorno mi scontro con storie di dolore, di sofferenza, persone che non “hanno scelto” di morire ma che lo hanno accettato, persone che incredibilmente hanno fatto pace con la loro sorte – perché non vi è rimedio alcuno: alcuno – e sono pronte a lasciare andare ogni speranza. Anche tu ti sentivi così? Come se non ci fosse rimedio alcuno?
Eppure, sai, Michele, di strade ne avevi ancora da tentare: come dici tu stesso, non eri solo. Avevi una famiglia, avevi degli amici che si preoccupavano di te, e avevi ancora la possibilità di cambiare la tua vita: lo so, ti faceva schifo la società, lo so, eri stanco di tentare e ritentare, di sbattere la faccia al muro, di essere rispedito al mittente…ma non è anche questo che fa parte del percorso? Non è anche così che si diventa più forti, tentando e ritentando? Non è successo anche ai nostri genitori, e ai nostri nonni prima di loro? Chi ti ha illuso così tanto da pensare che ciò che volevi fosse più facile da ottenere, o che, come dici tu, “ti dovesse essere consegnato”?
Lungi da me “giudicare”, non sono nella posizione, mai vorrei: tu hai fatto la tua scelta, e nel mio lavoro, appunto, ho imparato che si deve sempre essere “liberi di scegliere”: tu hai fatto quello che ti sentivi ed è giusto così. Però, abbi pazienza, mi hai fatto un po’ incazzare, te lo dico, perché proprio qualche giorno fa mi ha chiamato il padre di Dario, un ragazzo di 16 anni con un tumore aggressivissimo in stadio avanzato, che nel giro di tre mesi se ne andrà tra mille sofferenze. 16 anni: due mesi fa giocava a calcio, adesso non riesce ad alzarsi dal letto. Dario la precarietà non saprà nemmeno che faccia ha, perché a 30 anni non ci si avvicinerà mai: non soffrirà per le delusioni d’amore, non maledirà l’universo per l’ennesimo rifiuto lavorativo, non si scontrerà con i capi stronzi a lavoro, non farà lavori umili per pagarsi gli studi, non si sentirà inferiore agli altri solo perché non ha un lavoro, non verrà umiliato ai colloqui, non si sentirà mai come se gli stessero scippando il futuro da sotto il naso, senza un centesimo in banca, non si vergognerà mai di dover chiedere ancora aiuto economico ai genitori. Certo.
Ma Dario semplicemente non vivrà: non vivrà.
E allora Michele, sai che c’è? Io mi tengo tutta la precarietà di questo universo pur di continuare a respirare, anche a soffrire, ma finché non sarò inchiodata ad un letto d’ospedale immobile (e spero non succeda mai) voglio vedere come può andare ogni giorno: chissà mai che i sogni si realizzino anche per gente come noi.
Mi strazia il cuore sapere che non ce la facevi più perché, forse, aiutato correttamente, avresti potuto essere ancora tra noi, perché forse non avremmo parlato tanto di te in questi giorni assurgendoti erroneamente a “manifesto di una generazione”, perché forse avremmo potuto “salvarti” da te stesso, da quel buco nero che ti faceva soffrire così tanto, da quella rabbia.
Io sì, mi sento ancora e sempre una precaria esistenziale come te, una funambola della vita, e forse questa sensazione non mi abbandonerà mai, questa insicurezza non mi abbandonerà mai, i pianti che mi faccio ogni tanto perché sono incazzata e delusa per il futuro che pensavo di meritarmi continuerò a farli…ma poi mi ricorderò di te, Michele, e allora mi rimetterò insieme e farò quello che mi riesce meglio: vivere.
Spero tanto che ora tu abbia trovato la tua serenità, e ti abbraccio.

Viola Tofani

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