Di che parla la liberazione. Buon 25 aprile.

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Di che parla la liberazione. Buon 25 aprile.

Suonò il campanello. Nella casa non c’era più nulla, Francesco aveva mandato tutta la famiglia a vivere in campagna, lontano dal centro abitato. Quel giorno, con la figlia appena ventenne, era tornato per recuperare il grano. Aprì la porta, era un soldato, che così disse: “Per ordine del Podestà, da oggi questa casa è del Duce Benito Mussolini”. Francesco col suo braccio destro nascose sua figlia dietro la porta e rispose: “Dica pure al Podestà che questa casa l’ho costruita con le mie mani, e non la darò mai in mano ai fascisti”. Chiuse la porta. Con loro c’era in casa un amico di famiglia arrivato per aiutarli. I tre fuggirono da una porta sul retro, correndo. Il soldato li vide e si mise a inseguirli. Sparò. Colpì alla schiena l’amico di Francesco che cadde, morto, a terra. Francesco e la figlia non poterono neanche voltarsi e riuscirono a scappare.

È una storia come tante, e poco importa che mia nonna, quella figlia ventenne, me la raccontava così, orgogliosa e fiera di un padre che non ha mai ceduto ai ricatti nazifascisti, nonostante la paura, l’angoscia, il terrore della morte.

Capita, per ovvie ragioni, che sempre più raramente le nuove generazioni possano direttamente ascoltare le storie dei protagonisti della resistenza, quelle che a molti di noi fanno pensare ad una bicicletta come un mezzo indispensabile per il trionfo di ogni staffetta. Tocca a noi raccontarle e creare una connessione vera tra quel 25 aprile e la realtà, il presente, se non vogliamo – e non lo vogliamo – che il 25 aprile diventi una liturgia, una fotografia in bianco e nero dei padri della Repubblica. Una Repubblica che adesso c’è, e di cui potremmo pure accontentarci. Ma la festa della liberazione è esattamente l’opposto dell’accontentarsi. È la festa di chi, minacciato e oppresso, non ha mai ceduto al ricatto, ma ha lottato per liberare un Paese intero dall’oppressione.

Resistere oggi, e lottare per essere liberi, significa non vendere il proprio sapere, le idee e le competenze, le fatiche, il pensiero, a chi ci ricatta perché le regole, quelle dell’Europa del pareggio di bilancio, o di un governo schiavo di finanza ed emergenza della crisi (peraltro ormai strutturale), lo impongono.

Resistere oggi significa ribellarsi al pensiero unico, quello che Renzi fa passare come la sola via di uscita di un Paese immiserito: andare veloce, a tutti i costi, a qualsiasi condizione, anche da soli, senza badare se a farne la pelle sono i più deboli. Che importa la qualità della vita, la precarietà, i diritti: bisogna essere efficienti, pronti sempre, a basso costo.

E invece la liberazione è la festa di chi corre insieme, la festa di chi ci ha liberato dalla dittatura perché è stato capace di pensare una comunità, democratica, dove si lottava e si costruiva insieme. Nessun uomo solo al comando, mai più. Questo ci diceil 25 aprile: che puoi pure eliminare qualcuno, anche molti più di qualcuno, con la forza o il fascino del potere, con l’abuso di una carica o con la seduzione della vittoria, ma non potrai distruggere mai la forza collettiva del riscatto, il desiderio di essere liberi e di farlo insieme, nelle diversità di ognuno. La liberazione è la forza di una comunità che libera le proprie differenze, e da queste prende vita e si rafforza.

D’altronde la liberazione è o no la festa di chi ha resistito e ha combattuto contro i pregiudizi e la paura del diverso, per un’idea di uguaglianza di diritti e opportunità? Festeggiare il 25 aprile è chiudere la porta in faccia a chi inneggia all’odio e al razzismo, alla preservazione dei propri confini, incontaminabili, invalicabili. La liberazione ci parla di accoglienza: è la festa di chi allora accoglieva i perseguitati rischiando di essere scoperti e fucilati ed è per questo, oggi, quella di chi apre le porte a chi fugge dalla guerra, dalle violenze e dalla povertà, senza badare al passaporto, perché sa che il proprio mondo non finisce sull’uscio della sua porta, ma prosegue al di là di molti mari.

La liberazione è la resistenza contro chi ha provato a torturare e violentare coloro che decidevano di non conformarsi. Lottare per essere liberi significa oggi guardare oltre il pensiero conforme, vuol dire chiedere giustizia per chi è stato massacrato, per chi ha resistito alla cariche di alcuni potenti riuniti a decidere le sorti del nostro mondo.Significa oggi più che mai liberare la verità dalla gabbia del conformismo, dell’oblio, della prescrizione. E significa non restare in silenzio, come in molti non restarono allora, di fronte all’ingiustizia e alla mafia, a chi offre sponde di salvezza mentre distrugge la terra che ci nutre.

Ancora oggi suonano mille campanelli alle nostre porte. Campanelli d’allarme che ci parlano di odio, di paura, di minacce. Campanelli che ci invitano al silenzio, a salvarci il nostro orticello, a proteggerci dal nemico, e a non alzare troppo la testa per rivendicare chissà cosa. Perché in fondo qualsiasi capo, a lavoro, nella vita privata, in politica, ci offre protezione e la possibilità di toglierci l’onere della responsabilità. Poco importa se l’alternativa è una pistola o una vita di schifo. Meglio la seconda è vero.

Ma chi ha vissuto la prima ci racconta oggi più che mai, che per essere davvero liberi vale la pena giocarsi anche l’ultimo frammento di cuore.

Buon 25 aprile a tutte e tutti.

Giulia Ragonese

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