Tiltcamp2012: noi giochiamo per vincere

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Tiltcamp2012: noi giochiamo per vincere

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Noi giochiamo per vincere.

L’invasione dei desideri: TILTCAMP2012
“Non è che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. Io non è che volevo essere felice, questo no. Volevo… salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l’onestà, essere buoni, essere giusti. No. Sono i desideri che salvano. Sono l’unica cosa vera. Tu stai con loro, e ti salverai. Però troppo tardi l’ho capito. Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile: e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti del male. È lì che salta tutto, non c’è verso di scappare, più ti agiti più si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. Non se ne esce. Quando era troppo tardi, io ho iniziato a desiderare. Con tutta la forza che avevo. Mi sono fatta tanto di quel male che tu non puoi nemmeno immaginare“.

 

Dai 1000 di Roseto, passando per la presa di Pisa, arrivando alla proposta di legge sul reddito

Un anno fa eravamo pronti a riprenderci un altro giro, il nostro giro, convinti che l’autunno e la primavera che avevamo vissuto in quel lontano 2011 ci stesse portando ad una chiusura definitiva della stagione berlusconiana. Manifestazioni con centinaia di migliaia di persone, il processo di partecipazione delle amministrative che faceva vincere la società civile contro la chiusura dei palazzi, il voto referendario che in barba a partiti e mezzi di informazione avevamo ottenuto e vinto: sembrava tornata e possibile l’idea di un’alternativa.

In questo quadro il nostro campeggio a Roseto degli Abruzzi, il primo Tiltcamp, aveva fornito un segnale e un percorso ai tantie alle tante di noi che, nonostante le speranze e l’evidente crisi della politica e del Paese, pensavano fosse necessario disegnare i contorni di quell’alternativa e guardarne le forme. Per questo ci siamo interrogati su contenuti e pratiche nuove, iniziando una nuova elaborazione sul modello di sviluppo, sul welfare, che facesse i conti con l’oggi e non si facesse dettare la linea dal passato. I documenti usciti dal campeggio erano le strade da percorrere per mettere in campo un’alternativa degna di questo nome.

Poi è venuta la caduta di Berlusconi, ma la debolezza dei partiti di centrosinistra e il potere vero, quello che sta sopra di noi e che delle esigenze e aspettative della gente se ne frega, ha deciso per tutti/e: l’arrivo di Mario Monti e dei professori, l’ineluttabilità della crisi e delle strade per uscirne e l’obbedienza pedissequa alle lettere della BCE.

Ce ne eravamo accorti fin da subito, abbiamo avvertito il cambio di governo solo come un cambio di stile, fondamentale a mascherare la sostanziale continuità con il governo precedente. Lo abbiamo detto e ripetuto a Pisa (nel nostro secondo appuntamento nazionale) a pochi giorni dall’avvento di Monti. Mentre i partiti della sinistra balbettavano, avendo paura di mettersi di traverso alll’entusiasmo di un Paese (e della sua informazione) che si era liberato dal simbolo del berlusconismo, abbiamo provato a non finire nell’incantesimo e nella retorica delviva Monti, tutti con Monti,chiedendo politiche chiare, chiedendo reddito e diritti, provando a nominareil diritto alla felicità, questa sconosciuta, per incalzare comunque un governo di tecnici sulle nostre istanze e proposte.

Abbiamo così elaborato un manifesto che rappresenta il nostro documento programmatico, le nostre proposte. Quello con cui chiediamo alla politica di confrontarsi e di non provare ad eludere.

Abbiamo proseguito il lavoro al fianco dei movimenti, dei comitati, dei precari, della FIOM, per far diventare maggioritaria la richiesta di reddito, welfare universale, riconversione del sistema produttivo, con uno sguardo orientato che provasse a partire proprio da un dato materiale, quello dell’enorme impennata di assassinii ai danni di un genere – quello femminile – che pagava e paga doppiamente la crisi, non solo su un piano economico ma anche sui propri corpi. Il reddito è uno strumento fondamentale di lotta alle mafie, perchè toglie da quella condizione di ricatto perenne che è il terreno fertile su cui la criminalità organizzata si innesta. Per questo abbiamo consegnato una proposta di legge sul reddito minimo in Cassazione con la consapevolezza di voler sollecitare chi troppo spesso nomina le cose ma poi non le porta avanti e le investe di centralità, così come siamo al centro del percorso, con altre realtà per dare vita a una legge di iniziativa popolare europea sul reddito di base. Ci siamo messi in relazione con altri soggetti in Europa e non solo, che condividono con noi battaglie, problemi e proposte di soluzione, che sono consapevoli di non contare ma di essere la maggioranza.

I mesi che verranno saranno fondamentali perché il risultato del nostro lavoro diventi un perno fondante e di discussione di qualsiasi agone politico si prepari alle elezioni. Per noi il reddito non è una misura assistenziale, ma il punto attorno al quale ricostruire un modello di welfare universale. Per questo, attorno alla proposta di legge italiana ed europea, costruiremo iniziative, momenti di dibattito e senso comune.

Ma sentiamo la necessità di provare a spingerci oltre. Ad esempio mettendo in pratica in prima persona un’idea di“economia”e“crescita”che abbia alla base dei processi la cooperazione e la messa in condivisione di competenze, saperi, servizi, uscendo dallo scambio uno ad uno, dall’ottica di domanda e offerta schiacciata su bisogni estemporanei, ma promuovendo uno scambio molti a molti, con lo sguardo lungo dell’utilità e della crescita collettiva. Il nostro obiettivo è quello di creare uno spazio pubblico reticolare in grado di offrire un’evoluzione al concetto di spazio pubblico autogestito.

Vogliamo ragionare di Spazi Sociali 3.0. Soggetti diffusi, plurali e reticolari, in grado di creare comunità di luogo dislocate in zone spazialmente molto differenti in cui le realtà organizzate che le compongono e i soggetti individuali che le attraversano continuino a scambiarsi servizi e conoscenze in un’ottica partecipativa e inclusiva, cancellando la separazione del concetto di utente/fruitore da quello di gestore. Attraverso il ragionamento sui servizi che stiamo sviluppando vorremmo che Tilt! fosse il primo prototipo di questo nuovo paradigma di realtà sociale.

 

Tra la precarietà nostra e quella della politica. Noi ci battiamo per liberarci di entrambe.

Con l’acuirsi della crisi anche il nostro impegno viene quotidianamente minato, la precarietà è il peggiore attacco alla democrazia anche per questo: frammenta, contrappone, innesca la guerra dell’ultimo contro il penultimo, allontana, toglie tempi e spazi di vita fondamentali. Con difficoltà, con problematiche da mettere a tema e affrontare, ma con coraggio e con lo stesso entusiasmo, abbiamo organizzato anche quest’anno un campeggio autofinanziato. Lo abbiamo fatto per riprenderci quei tempi e quegli spazi insieme e non da soli. Perché la precarietà possiamo vincerla solo insieme. Ci ritroviamo anche quest’anno per una quattro giorni ricca di appuntamenti e affollata di ospiti a cui ancora una volta chiederemo di essere ascoltati e ascolteremo, partendo da alcune considerazioni legate all’attualità.

Il quadro è obiettivamente disarmante. Lacosa bianca, troppo assonante con un’altra cosa non nostra, le liste civiche (ma di quale civiltà?), i non-allineati che ricordano la guerra fredda, gli scontenti (ma poi chi non lo è?), le donne, che non si sa dove siano finite nel baillame di questi (tutti uomini) contendenti nell’agone politico, le grandi alleanze, le piccole coalizioni, i poli, gli schemi sempre vecchi,gli accordi tra partiti in cerca di sopravvivenza senza un chiaro orizzonte politico e le ipotesi di legge elettorale fatte per tornare al passato della prima Repubblica e non certo per superare una pessima legge.

Nel mezzo, ma sempre fuori da riflettori del teatrino della politica, lo spaesamento di un paese intero che nel frattempo soffre e paga sempre di più, si “squaglia” letteralmente e non per il caldo, ma per la crescente disgregazione sociale, quella che ti fa vedere nel tuo vicino un nemico e un contendente prima che un alleato nella lotta alla sopravvivenza. Un paese che nel peggiore dei casi “arde” letteralmente (pensate all’operaio morto qualche giorno fa) nella manifestazione massima del malessere che stiamo vivendo, davanti ad un parlamento sordo o assente, ad una informazione asservita e distorta che in linea di massima dedica più spazio a un meeting di CL che ai numerosi incendi dolosi che stanno distruggendo il nostro bel Paese. Oggi il tessuto sociale sta vivendo una crisi profonda, una crisi non solo economica, ma fatta anche di diritti negati e violati. Una condizione eccellente per le mafie che continuano ad essere sempre più organizzate e globali.

In questo contesto fortemente peggiorato rispetto ad un anno fa, con la disoccupazione in ascesa, i diritti acquisiti che vengono meno, il calo dei consumi, la crisi ambientale, la “generazione perduta” sa di non essere più la sola a pagare: ha al suo fianco compagni illustri di sventura, i 50enni che si suicidano perchè non ce la fanno a pagare i debiti, gli/le esodati/e, di cui è ancora ignoto numero e destinazione, le maestre, le bidelle, le baby sitter e le commesse, i/le migranti, i tarantini tutti, perchè è da loro e con loro che vogliamo ripartire. È un problema che si è manifestato al Sud, terra strutturalmente penalizzata, ma che investe il Paese tutto. Così come l’emigrazione, che ci porta ancora ad abbandonare i nostri luoghi di nascita, in particolare dal sud al nord, per formarci e lavorare, anche se il lavoro ormai manca anche al Nord o spesso è dequalificato e privato di diritti. Spesso andiamo all’estero (in 60mila circa ogni anno) a mettere a frutto competenze ed energie guadagnate con anni di fatica e sacrifici. Andiamo via perchè ci sentiamo cittadini di serie B e perchè abbiamo voglia e bisogno di costruirci un futuro, andiamo via spesso non per scelta e con rimpianti, tra cui anche quello di non poter aiutare il nostro paese in difficoltà a risollevarsi.

Non avvertiamo l’ottimismo che i ministri cercano di diffondere con le visioni della luce in fondo al tunnel, non pensiamo di stare meglio quando stiamo peggio, non crediamo che per uno che si salva gli altri cento che non ce la fanno abbiano meno dignità, non siamo così sciocchi da credere che sia meglio non sapere e continuare a galleggiare come si è fatto negli ultimi vent’anni, senza fare il minimo sforzo per fare luce, quella vera, per esempio sulle stragi mafiose. Per la nostra associazione la questione antimafia è questione ineludibile: per questo pretendiamo, anche a vent’anni di distanza, la verità sulle stragi, sui rapporti tra mafia e politica e tra tutto ciò che è accaduto negli anni a cavallo del 1992. Vogliamo chiarezza e trasparenza, giustizia e verità. Non siamo disposti a lasciare che la questione dell’antimafia sia un argomento da specialisti o “semplicemente„ un tema da campagna elettorale, l’antimafia deve essere la precondizione dell‘agire politico, di chiunque.

Pensiamo, anche in vista dell’imminente appuntamento elettorale, che ci sia bisogno di smetterla con la propaganda, di ammettere che il governo Monti ha peggiorato le condizioni di vita delle persone e che ci sia la necessità di mettere in campo un programma di governo realmente alternativo.

Sappiamo che la politica è pensiero lungo ma anche pragmatismo del presente. E proprio per questo non siamo interessati al gioco delle alleanze fini a se stesse, come non cadremo vittime dei populismi, nè dei marginalismi o dell’antagonismo che ha bisogno di restare dall’altra parte per dare sostanza alla sua identità. Noi la nostra identità l’abbiamo costruita sui temi e sui modelli e da quelli vogliamo partire per creare l’alternativa vera alle politiche liberiste di Monti e dei governi che lo hanno preceduto.

Mettiamo in discussione il modello di società e di sviluppo in cui viviamo non solo perché l’Italia non è un paese per giovani, ma nemmeno per vecchi, migranti, bambini, cittadini qualunque essi siano. Ma sopratutto non è un mondo a misura di donna. E quando lo diciamo, vogliamo dire che dalle nostre case, alle aziende, ai governi la scarsa presenza femminile ha spesso significato abdicazione ai voleri e ai sistemi di un modello unico dominante, quello che si rifa al maschio alfa.

Allora dobbiamo partire da qui dalla critica più radicale al potere e dalla ridefinizione di una nuova grammatica della politica, che nasce dal sé e dalla relazione per divenire esperienza collettiva. La divisione sessuale del lavoro, le contraddizioni della femminilizzazione del lavoro, la doppia presenza, il limite dell’uguaglianza formale, il rapporto potere-sessualità come questione politica, la cura come lavoro gratuito e come responsabilità umana. Sono le questioni che le donne hanno portato allo scoperto e su cui si è giocata l’eccedenza femminile. Partire dalla donne, dalla loro vita, dalle loro esperienze ed elaborazioni, può diventare un terrenocomuneper ripensare l’alternativa. E’ questa la leva del cambiamento. Ma non è tutto qui. E soprattutto non possono essere solo le donne le agenti di questo cambiamento.

Vogliamo farlo insieme a chi condivide l’idea che la precarietà delle vite e dei lavori è il male che si è diffuso e ha colpito la nostra società: dalle morti sul lavoro a quelle per il lavoro, che c’è e non c’è, che non ha più diritti e soprattutto lascia senza chi ne è privo, chi non fa un lavoro tradizionale (pure quello messo sotto attacco), per chi è da sempre precario.

Faremo le barricate per difendere la cosa pubblica, il welfare universale, la giustizia ambientale e sociale, l’uguaglianza nelle differenze, lo faremo con chi avrà fiducia in noi prima che pretenderne. Lo faremo nel campo largo di chi si interrogherà sul serio sull’altro da oggi, sull’alternativa per chi vive condizioni di disagio al limite della decenza per un paese che si definisce civile. Lo faremo consapevoli che non possiamo aspettare un altro giro, per noi la vita non aspetta.

Vogliamo mettere in guardia dalle sirene del populismo, consapevoli che parlare alla pancia è sempre più facile che governare. Se al populismo i partiti rispondono  trincerandosi dietro certezze  politiche e organizzative vecchie e superate, esaltando identità da un lato e presunto realismo dall’altra, la partita la vince il populismo in maniera dilagante. La sfida sta nel saper interpretare le difficoltà, qui e ora,  dei partiti mettendo in risalto le debolezze interne allo strumento organizzato. Questo processo, per noi utile e costituente, cammina assieme ai partiti senza tentare di superarli ma portandoli con rapidità a ragionamenti nuovi, soprattutto sull’organizzazione e sulla democrazia interna. Tilt! nasce dentro questa scommessa: non superare i partiti ma trasformarli e costringerli a prender coscienza che rappresentanza e delega sono strettamente legate in un processo di trasformazione radicale. Per questo non bastano i partiti: all’interno del cantiere dell’alternativa sono importanti e decisivi solo se messi alla pari di altri soggetti dentro un meccanismo di nuove pratiche decisionali e gestionali.Per questo pretendiamo da chi si candida a governare chiarezza di intenti e differenza di pratiche. Indaghiamo i meccanismi della partecipazione, ridiamo valore e credito alla politica, facciamolo sentendoci tutti/e indispensabili. Ci sono delle questioni per noi non negoziabili, staremo con chi le difenderà fino alla fine, vogliamo i diritti per tutti/e, quello all’autodeterminazione in primis.

Siamo interessati all’indagine sulla crisi della democrazia, che coincide e non è un caso, con la crisi dei partiti e della sinistra. C’è un problema serio sui meccanismi della rappresentanza e le discussioni sulla legge elettorale non fanno che confermare le nostre perplessità. Ci poniamo il tema della rappresentanza e del rinnovamento, che non può essere eluso attraverso operazioni di maquillage elettorale. Il rinnovamento deve essere forma e sostanza.

Vogliamo politiche antiliberiste e anticicliche in economia e in Europa, per rilanciare un vero processo costituente europeo.Vogliamo non solo giustizia sociale ma anche e prima ancora giustizia ambientale; che a ogni cittadina e ad ogni cittadino venga garantito il sacrosanto diritto alla salute e alla vita, il diritto di poter vivere in un ambiente salubre e libero da inquinamento e contaminazione. Quanto sta accadendo nelle ultime settimane a Taranto attorno all’ILVA non interroga una citta’ ma l’intero paese e inchioda sul banco degli imputati un modello economico logoro che impone la scelta (o meglio il ricatto) tra diritto alla salute e diritto al lavoro. Siamo consapevoli che, al netto delle problematiche sociali, economiche e politiche cui urge dare risposta, la crisi ecologica – come la scienza ripete da anni inascoltata dalla politica – sia il vero cuore dell’attuale crisi e la minaccia piu’ grave che incombe non su una comunita’ o su un popolo, ma sull’umanita’ tutta. Per questo ribadiamo l’urgenza, l’inevitabilita’ e l’irrimandabilita’ di un processo di riconversione del tessuto produttivo del nostro paese, partendo dalla conversione del modello energetico, inquinante, centralizzato e antidemocratico, per dare il via ad una transizione reale verso un nuovo modello economico fondato sulla giustizia ambientale e sociale e in armonia con i limiti fisici del pianeta. Vogliamo istruzione pubblica, servizi pubblici, pari possibilità in partenza per i tanti e le tante che come noi rischiano di rimanere tagliati/e fuori. Vogliamo parlare di antiproibizionismo e di legalizzazione delle droghe leggere fuori dalle ipocrisie di una politica falsa e moralista.

Vogliamo politiche per il territorio innnovative: le città, le periferie, il problema abitativo, le questioni legate al welfare municipale, ai servizi, al consumo del suolo, la banda larga e la possibilità di costruire reti intelligenti sono le opportunità su cui investire per il cambiamento.

Vogliamo giustizia: non faremo sconti a chi ha dimostrato di oltrepassare il confine nei rapporti con la criminalità organizzata.

Sentiamo l’urgenza di dire che siamo qui per ri-costruire la sinistra, per portarla a vincere con le nostre idee. Non siamo ancorati al novecento e alle sue sconfitte, non ci interessa la gara a chi è più puro. Nessuno lo è se siamo al punto in cui siamo. Non ci piacciono i botta e risposta sui giornali, l’alleanzismo che ha riempito il dibattito in questi mesi, tutto tattico e per nulla politico, perchè ha dimenticato i temi, quelli su cui noi apriamo il confronto e poniamo veti.

 

Noi giochiamo per vincere. E vincere bene.

Non ci arrendiamo. Giochiamo per vincere perché la partita la vogliamo (ri)aprire noi, senza farci intimorire dalle timidezze dei partiti e dei loro rappresentanti. Costringendo tutti, nessuno escluso, a confrontarsi con quello che pensiamo e che diciamo. Perché, un po’ presuntuosamente, pensiamo di avere idee e pensieri vincenti, minoritari forse nei partiti, ma maggioritari nel Paese. Giochiamo per vincere, non per rottamare. Perché pensiamo che il punto non sia la questione giovanile o il giovanilismo di chi cerca consenso elettorale, ma un nuovo modello di sviluppo e di welfare, con al centro reddito e diritti. Ma tagliando il cordone ombelicale con un passato fattosi eternamente presente, rappresentato non solo dal ceto politico, ma da tutta la classe dirigente di un paese che, dall’informazione all’imprenditoria, dagli intellettuali ai professionisti del movimento, ha contribuito al disastro del Paese e continua a proporre soluzioni vecchie, che portano con sé il linguaggio e i segni della sconfitta di tempi oramai sepolti.

Perché il punto non è con chi andare al governo, ma per fare cosa. Questo determina la prospettiva di un cambiamento reale, autentico e di sinistra. Un tema che deve essere posto con coraggio e senza finzioni da Prima Repubblica. Perché abbiamo paura di farci strumentalizzare, di essere costretti ad ingoiare rospi avvelenati, fingendo di trovare compromessi su contenuti vuoti per imbarcare chi in questi anni ha condiviso le politiche di Berlusconi o, peggio ancora, ammiccato a sistemi mafiosi e clientelari. Non siamo interessati alle sottrazioni o al gioco degli addendi nel definire le alleanze, ma non per questo ci sottraiamo ai possibili rischi e tanto meno alla possibilità di confrontarci e allargare il campo.

Alla politica, a chi si candida alla guida del Paese per usciredalla crisi da sinistra e rimettere in campo un diverso e nuovo modello di sviluppo e di welfare, chiediamo coraggio e chiarezza.

Il coraggio di dire le cose come stanno e metterci la faccia, di non ingannare il proprio popolo dietro trucchetti elettorali o decisioni post-voto, di misurare le proprie idee in un campo largo, dove le persone, la società tutta, possa esprimere il proprio consenso senza essere imbrigliata dai tatticismi di un ceto politico, di destra e di sinistra, impermeabile a ogni possibilità di migliorare la politica e la società. Le primarie per noi sono un processo di partecipazione che ha visto primeggiare i progetti e i programmi, rappresentati certo da candidati e candidate, ma che non per questo passati in secondo piano. Per questo le riteniamo fondamentali per poter esprimere e misurare il consenso sui temi a noi cari.

La chiarezza dovuta a chi ancora pensa sia possibile cambiare questo paese, governarlo da sinistra, senza compromessi al ribasso. Dovuta a chi ha creduto nelle elezioni di Vendola in Puglia, a chi ha partecipato alle vittorie di Pisapia, De Magistris, Zedda, Doria, ai milioni di persone che, con il voto referendario, hanno dimostrato che il punto non è chi ti rappresenta ma l’importanza della possibilità di cambiare la propria quotidianità e la società con un programma chiaro e radicale.

Vogliamo cambiare il paese, governarlo e governarlo bene. Non ci sottrarremo certo alla partita e non vogliamo cadere nel minoritarismo fine a se stesso o nell’urlo salvifico delsono tutti ugualiper poi diventarlo davvero, come quelli che non vorremmo essere. Siamo pronti a confrontarci, discutere e anche rischiare. Siamo pronti a misurarci nella partita dell’egemonia dei contenuti e dei temi. Ma i partiti, tutti, sappiano che giochiamo per vincere. E, soprattutto, per vincere bene. Sceglieremo in base a questo da che parte stare. Senza farci condizionare da nessuno, se non daldesideriodi cambiare le nostre vite e il nostro paese.

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