Sulle contestazioni a Pannella Sansonetti sbaglia

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Sulle contestazioni a Pannella Sansonetti sbaglia

Leggo e apprendo con non poco stupore  l’articolo pubblicato su Gli Altri online  sulla manifestazione dell’8 febbraio per la cancellazione della Fini-Giovanardi organizzata dal movimento “Illegale è la legge”.

“Una generazione senza maestri” ci ha definito. E ha inconsapevolmente ragione.

Faccio parte di una generazione senza futuro, il risultato di un sistema economico sbagliato perpetuato da una classe dirigente politica, industriale, accademica e informativa che ancora oggi guida le nostre sorti. E allora la “generazione dei senza maestri” lo siamo e lo rivendico fino in fondo. Per scelta. Perché i cari e vecchi maestri a cui si riferisce il direttore de Gli Altri, Piero Sansonetti, forse è il caso di lasciarli nelle loro epoche, di trarne insegnamento ma, come ogni ciclo che si rispetti, è anche giunto il momento che il tempo diventi il presente e non rimanga un eterno passato. I “maestri” hanno sì consegnato alle nostre generazioni battaglie per diritti e avanzamenti. Fino agli anni ’80. Quando alcuni di quelli che erano sabato in piazza nemmeno erano nati. E per quei diritti – da quelli civili allo statuto dei lavoratori – siamo sempre scesi in piazza, mettendo a nudo le nostre vite. Ma sono gli stessi maestri che negli ultimi venti anni hanno preso i sogni di quelle generazioni e li hanno chiusi in un cassetto. Sogni imprigionati nella precarietà, voluta dalla destra e benedetta dalla sinistra, e senza più opportunità di pensare a risalire la china, organizzarci e poter fare lotte collettive per avanzare nei diritti di cui intere generazioni ne sono private.

Siamo senza maestri e lo rivendico. Perché è il tempo di un’altra generazione, ora. Che non rinnega le lotte passate ma le porta con sé, ma che ha il diritto di prendere posizione, di diventare soggettività politica e pure di sbagliare se necessario. Una generazione non fatta “solo” di coloro nati negli anni’80 e ’90, ma accompagnata da tutte e tutti coloro che si sono stancati di sentirsi mal rappresentati e che vogliono prendere parola in prima persona. Questo è il punto: la rappresentanza è in crisi perché coloro che pensando – di diritto, come un’eterna rendita – di rappresentare hanno sbagliato quasi tutto negli ultimi anni e perché oggi, ogni singolo individuo, vuole dare protagonismo alle sue fragilità, competenze e talenti.

Perché di maestri che criticano solo per diritto acquisito, in questo tempo, nessuno sa più che farsene. Come non sappiamo che farcene di una sciatteria dell’informazione che giudica un episodio, come quello avvenuto nella piazza antiproibizionista dell’8 febbraio, nella stessa maniera in cui i giustizialisti di questo Paese prendono e manipolano le intercettazioni a proprio uso e consumo per mettere alla gogna persone e la loro storia. Sono esattamente speculari. Noi stiamo da un’altra parte: quella della complessità e della consapevolezza delle cose. Due punti necessari, ma troppo spesso dimenticati e violentati dalla politica e dall’informazione in questi anni. Sempre attente a far polemica per apparire e mai pronta a voler essere.
Dal referendum del 1993 sono passati ventun’anni in cui la situazione nel nostro paese si è continuamente aggravata, anche per colpa di chi è stato connivente con quei governi che hanno alzato il vessillo del proibizionismo.

Il probizionismo, appunto, è l’emblema di un modello di società, dove vince la guerra, dove si toglono i diritti ai deboli per conclamarli per i potenti, dove impervia il razzismo, dove valori come solidarietà, fratellanza, uguaglianza lasciano il posto a pesanti parole come repressione, disuguaglianza, controllo sociale, e chi non lotta ogni giorno per abbattere questo modello non può, a mio avviso, essere ancora definito “capo degli antiproibizionisti”.

I “nazi-maoisti sui trent’anni senza nulla di speciale” a cui si riferisce l’articolo sono quelle generazioni che, senza reti di protezione, hanno subito sulla propria pelle gli effetti devastanti della fini/giovanardi, che spendono quotidianamente i propri sogni, tempo, soldi e la propria passione per la riappropriazione di diritti fondamentali.

Ebbene, credo che siano molto più speciali, veri e necessari di tanti falsi miti mediatici di cui si riempie la bocca il giornalismo italiano.

Ylenia Daniello

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