Primo maggio, festa della felicità

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Primo maggio, festa della felicità

“Il lavoro è creatore di civiltà e cultura ed è ciò che rende l’uomo tale”, scriveva Marx nel Capitale. Dalla sua dottrina derivò nel ‘900 la tradizione politico-sindacale lavorista che vide il lavoro come strumento di inclusione ed emancipazione. I nostri padri fondatori, alla fine della seconda guerra mondiale e della dittatura fascista, decisero di identificare il lavoro come lo strumento fondativo del nuovo patto sociale repubblicano. Il motto cistercense “Ora et labora”, prega e lavora, contribuì a salvare la conoscenza in uno dei periodi più bui della storia del continente. Nella tradizione calvinista il lavoro è lo strumento tramite il quale l’uomo perpetua il dono di creazione ricevuto da Dio. Per Charles Darwin, padre delle teorie evoluzioniste, “Il lavoro nobilita l’uomo e lo rende libero”.  

Ecco. Lavoro, libertà, progresso, emancipazione, appagamento, realizzazione. Si direbbe che la civiltà occidentale e la tradizione borghese in senso ampio abbiano spesso finito per convergere sul concetto che alla base della possibilità di affermazione di sé ci sia il lavoro, per i padroni come per tutti gli altri. Eppure, pensandoci bene, il nostro occidente è anche quello di “Arbeit macht frei”, “Il lavoro rende liberi”, il motto in ferro battuto che i nazisti posero all’ingresso del campo di concentramento (e poi di sterminio) di Auschwitz. Qual è dunque la linea sottile che divide il lavoro inteso come energia potenziale volta alla trasformazione positiva della vita dell’individuo e delle sue relazioni sociali da, invece, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo fino alla sopraffazione definitiva? La linea, neanche poi tanto sottile, sono i diritti. Ciò che distingue la parola lavoro dalla parola schiavitù non è soltanto, infatti, il concetto di remunerazione corrisposta, ma anche e soprattutto il panorama di contesto socio-ambientale in cui si adopera lo svolgimento di una data funzione, la declinazione di una specifica competenza. Soltanto intrecciato ai diritti lo svolgimento di una funzione all’interno di un determinato contesto può intendersi come lavoro, come quella prestazione che – nel suo avvenire – viene riconosciuta mediante il riconoscimento di un adeguato compenso sia economico che intellettuale, salvaguardata, intesa come utile e preziosa per la collettività.

Personalmente non sono uno di quelli che crede nel lavoro tout-court come strumento di affermazione e realizzazione di sé. In un universo in continua espansione, caratterizzato da uno spaziotempo curvo che si tiene in equilibrio grazie ad un 90% di materia oscura, in cui la galassia più vicina a noi dista 4 milioni di anni luce io mi sento più rassicurato dalle relazioni umane, dalla trasmissione della conoscenza, dalla sintonia con il mondo e con sé stessi. Anche perché nel lavoro da sempre identifico con un qualche fastidio  l’asimmetria di rapporti che è il meccanismo su cui si fonda.

Detto questo, visto che oggi è il primo maggio, sono anche del parere che nel nostro paese sia necessario, se davvero vogliamo avere qualcosa da festeggiare, rimettere in connessione il lavoro con i diritti, quelli che vengono oggi negati a milioni di lavoratori e lavoratrici precarie e che si prova a togliere anche agli altri. Nessuno mi chieda  più di festeggiare in queste condizioni la giornata di un piccolo mondo antico, che la mia generazione non ha mai conosciuto e che sarebbe sbagliato pensare di voler salvaguardare come testimonianza di sé stesso.  Più che il lavoro che è stato cerchiamo di guardare alla felicità che vorremmo.

Primo maggio, festa della felicità. A questa io verrò volentieri.

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