Preghiera storta

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Preghiera storta

Li vedi questi figli, questi cavalieri erranti, sfuggiti per qualche ora al
Palazzo di Atlante: stanno, senza pensarsi e questo li rende leggeri, perché
per essere vivi devono essere lontani dalla loro vita. Cosa c’è di giusto in
questo? Pensarsi  si è fatto pesante, una cosa da sopportare, non più
naturale.
Stanno, dimentichi, felici non so se davvero o per finta; li senti? Canta,
questa allegoria della giovinezza, annidata nella vita a forza, come l’
immagine nello specchio, come le figure nella cornice di un affresco. Per stanotte
non rappresenteremo nulla, sospendiamo per stanchezza la simbologia e decidiamo

di farci  portatori sani di un po’ di allegria. A questo dobbiamo arrivare per

salvarci, è la mia domanda?  Questa è la famosa salvezza?
Io ci guardo, come fossimo una foto, quel che vedo al di là dei corpi sono
dei feriti e non so decidere se è così che deve essere o se quel che mi stringe
il cuore è una rabbia giusta.  Forse domani passerà, non ne resterà neppure una
reminescenza, mi stupirò di essermela presa tanto o forse mi sarò abituata,
saremo tutti sereni e conniventi, arresi?  Io non lo credo, non credo che
passerà come passa una malattia infantile, perché tutto questo girovagare,
questo arrabattarsi  con la vita ha uno scopo e in esso trova
giustificazione, giustezza,  l’eternità del simbolo: è il cammino, il nostro, quello che
tende ostinato all’ epilogo eroico e umano, quello in cui riusciremo, con gli
occhi che ridono e i piedi dolenti, a consegnare alla morte almeno una goccia di
splendore, quello che stava piantato qui dentro, già il giorno in cui siamo
nati e a cui, per sopravvivere, non badiamo più.
Questo io chiedo, non più: se così dev’essere, se questo significa, come ci
ripetono, essere grandi, allora almeno non dimenticarti di noi, ché dopo
tanto sbandare è appena giusto che la fortuna ci aiuti, che sia fatta salva, la
grazia del cuore.
Tornerò a pensare che crescere significhi imbastardirsi : allontana da me
questa tentazione che ogni tanto mi fa sentire sicura e invincibile e invece
mi consegna, trionfante come un agnello al macello, alla solitudine. Ugualmente
mi pento dei giorni amari della resa, quelli in cui ho pensato di avere perso
per una giusta ragione: tra le mura di casa o quelli delle strade, ho creduto di
farmi più piccola per un po’ di vergogna di me. E non ero io, ora lo vedo,
ad avere torto.
Più di 300 volte siamo stati sull’altalena che tanto velocemente trasmuta la
fiducia nello sconforto ed ora ci serve un appiglio che fermi il gioco dal
quale usciamo mezzi svenuti o esaltati, come ubriachi. Io non lo so cosa è
questo appiglio, e se non c’è resterò al mio posto,ma non mi abituerò per
scelta. Venga allora la saggezza a tutela della ribellione, proteggi la
speranza ed il suo ottimismo e lasciaci il lusso della sventatezza e quello
dell’illusione.
Sottrai al nostro viaggio il riposo della rassegnazione, i nostri passi
calzeranno l’alata ostinazione. Nella bisaccia ci sia buon pane e non più
questo, che ha il sapore quotidiano della consolazione. Ogni mattina nessun
sogno da accartocciare e  il nostro viaggio non si spiaggi sul mare
tranquillo che rincuora ripetendo al vento il suo “tutto sommato”.
Un illecito miraggio ci sottrae l’orizzonte agli occhi ma non può impedire
quel che per natura all’orizzonte tende: gli occhi e il cammino con cui la
giovinezza urla il suo nome. Ma allora perché, ti chiedo, non so più
guardarmi la pancia sorridendo lontana?
Lì, tra quelle case invidio la serenità e non dovrei.
Anche stasera, mentre noi siamo venuti a metterci in salvo in questo luogo
remoto, una folla piccola e sorda ha fatto ressa: ci stanno dipingendo il
ritratto senza guardarci perché sono ciechi e lontani. I colori ce li
abbiamo noi, i pennelli pure, ma non ci fanno avvicinare alla tela, ci dipingono per
salvarsi e alla fine con quel ritratto ci uccidono condannandoci, per legge,
a somigliare nella carne a quell’obbrobrio di tela sporca.
La nostra giovinezza è un infinito paraklausituron alle porte di quella
stanza, ci lasciano in mezzo alla strada a tirare sassi alle finestre,
conciati come bertucce che mimano il futuro, pronti a ringraziare per gli avanzi che
ci lanciano.
Le cose non vanno bene, eppure una volta mi sono vista che ridevo, che c’
erano pure gli altri, che eravamo felici per davvero perché non dovevamo più
difenderci, eravamo qui in questa casa, più grandi, con le mani ancora
sporche di colore, dei bambini c’indicavano l’orizzonte, mangiavamo per allegria e
in tasca un documento che alla voce professione c’aveva scritto qualcosa. Un
sogno banale forse è il massimo a cui possiamo ambire, e non lo dico con amarezza:
è un miracolo da quattro soldi, come questa preghiera storta.

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