#Occupysunday

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#Occupysunday

C’era un tempo in cui la domenica era il giorno in cui si riteneva sacrosanto e assolutamente normale il diritto al riposo lavorativo. E quindi il diritto al pranzo sereno con annesso dolcetto dopo il caffè, il diritto a “90° minuto” sul sofà e il telecomando sotto il cuscino, il diritto alla passeggiata in bici al parco con la famiglia, il diritto di raccogliere un po’ di amici per una chiacchierata, quelli che durante la settimana si trascurano per troppo lavoro.

Al diritto di “fare la spesa la domenica”, invece, si arriva oggi dopo 30 anni di consumismo impazzito, periodo che coincide proprio con l’ingresso in Italia del concetto di megastore tutto luci e colori, caldo di inverno e fresco d’estate. I grandi capitalisti e palazzinari che disseminano le periferie delle città di capolavori di architettura kitsch, sono riusciti nell’intento di far credere che “centro commerciale è bello!” e che tu, consumatore, sei una pedina importante per lo sviluppo economico dell’intero Paese e ti spetta pienamente il diritto di trovare il tuo negozio preferito aperto tutti i giorni dell’anno. Tu consumatore annoiato da una vita di routine, che spendi centinaia di euro alla settimana per la tua felicità a rate, devi pretenderlo tale diritto, maledizione.

Ora, tralasciando il fatto che ogni centro commerciale chiude mediamente alle 21,30 (alcuni alle 22) e che quindi direi un orario sufficientemente ampio per permettere a chiunque di fare la spesa dopo anche dopo l’ufficio, comprese due ore di straordinario, si dimentica anche che dall’altra parte della cassa o della vetrina o del bancone c’è un altro lavoratore. Tale lavoratore, in ordine:

– può vivere fino a 10 anni senza un contratto fisso, ma con ripetuti tempi determinati e riassunzioni fittizie;
– il lavoro dei giorni festivi gli viene pagato al 30% in più, una miseria, quando in altri settori si arriva al 100% (quello metalmeccanico, ad esempio);
– quasi mai lo straordinario gli viene pagato, ma fatto “recuperare” (se va bene, se c’è la possibilità);
– svolge mansioni che non gli competono per contratto;
– è abbandonato dai sindacati;
– svolge un lavoro di fortissimo stress e lavora spesso in condizioni non di sicurezza;
– spesso lavora per grandi catene e grandi marchi multinazionali (i piccoli privati nei centro commerciali sono ormai pochi) che hanno in dispensa blocchi di centinaia di curricula che permette loro di fregarsene se qualcuno la dodicesima domenica consecutiva non vuole lavorare, perché lì fuori c’è sempre gente ancora più disperata disposta a farlo;
– lavora spessissimo molto più dei sei giorni consecutivi previsti per legge;
– gli si fa credere ogni giorno di essere assolutamente importante ai fini del benessere economico dell’azienda ma anche altrettanto assolutamente sostituibile;

Alla protesta dei commessi si è arrivati per esasperazione. Fino a qualche anno fa venivano rispettate le 6 feste più importanti nazionali (25-26 Dic – 1 Gen – Pasqua e Pasquetta – 15 Ago) più qualcuna facoltativa: poteva capitare, ad esempio, che dell’Epifania non si lavorasse. Poi queste ultime, in tempi di crisi, vennero cancellate e rimasero le sei di cui sopra.
Fino a che un giorno, un giovane sindaco di nome Matteo Renzi, due anni fa, decise che per migliorare le condizioni dell’economia della sua città bisognava aprire i negozi anche nel giorno del Primo Maggio, la Festa dei Lavoratori. Oltre a quei mestieri legati ai servizi e alla sicurezza che non conoscono soste, come militari, infermieri, autisti, anche i commessi diventavano quindi insostituibili. Il collega capitolino l’anno dopo lo copiò, trovando geniale l’idea di quel ragazzetto fiorentino, e anche a Roma i negozi aprirono il primo giorno di Maggio, ma solo nel centro storico. Il nuovo decreto sulle liberalizzazioni conclude l’opera.

Cosa significa sostenere la protesta di questi lavoratori?
Significa arrivare a capire anche da dietro le vetrine che chi lavora in un centro commerciale può farlo anche per anni, che questo comporta l’assoluta distruzione della propria vita sociale se si è costretti a lavorare per una vita intera nei giorni in cui tutti gli altri riposano. Significa anche che al diritto di fare la spesa la domenica forse dovremmo far valere il diritto che ha la mamma-commessa di stare con suo figlio nel week-end quando non va a scuola, significa capire che i genitori che portano i bambini dentro i centri commerciali di domenica imponendo loro di stare “zitti! e fermi!” sono pessimi educatori, che forse dovremmo più pensare a come far emergere la moda della cultura piuttosto che la cultura della moda, che forse bisognerebbe aprire gli occhi e cominciare a capire che su quegli scaffali non è tutto oro quello che luccica e, anzi, spesso puzza pure di vecchio sfruttamento.

Per questo saremo in piazza il 7 ottobre

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