Non girarti dall’altra parte. Storie di profughi nel dimenticatoio dell’Europa. Di Alessandra Finotti

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Non girarti dall’altra parte. Storie di profughi nel dimenticatoio dell’Europa. Di Alessandra Finotti

Mi ci sono voluti un paio di giorni per sedermi davanti ad un computer e fare ordine tra i miei pensieri. Per cercare di dare un senso a tutto quello che ho visto e che ho provato laggiù, quando ho visitato alcuni dei numerosi campi profughi governativi allestiti nella periferia di Salonicco, in seguito allo sgombero forzato di Idomeni.
Salonicco è la seconda città più grande della Grecia, l’antica Tessalonica. Vero e proprio polo industriale prima della crisi; ora, in alcune zone, città fantasma piena di vecchie fabbriche dismesse. Proprio a queste vecchie fabbriche è stata cambiata la destinazione d’uso, facendole diventare delle prigioni a cancelli aperti, dove ammassare tutti quelli che in Europa speravano di trovare tutt’altro, dopo essere scappati dalla guerra e dalla distruzione che questa aberrante pratica umana comporta e di cui il nostro continente è tra i maggiori responsabili.
In tutto sono circa 57 mila le persone presenti nei campi governativi della Grecia. In prevalenza sono siriani, ma abbiamo incontrato anche iracheni e afghani. Proprio questi ultimi, sapendo che l’Afghanistan, dopo 15 anni di guerra ininterrotta, è stato inspiegabilmente dichiarato “Paese sicuro”, ai campi non si avvicinano nemmeno, preferendo rifugiarsi nei parchi, dove i volontari indipendenti provvedono a portare loro tutto ciò di cui possano avere bisogno per sopravvivere: c’è chi ad una determinata ora porta sacchi a pelo, chi porta loro del cibo e chi, come noi, ha portato loro saponi, assorbenti, pannolini, shampoo, lamette e altri prodotti per l’igiene personale. L’unica cosa che non basta mai, specie in un mese come quello di agosto e in un posto umido come solo un parco può essere, è lo spray anti-zanzare.
Le diverse associazioni indipendenti che abbiamo incontrato(e di cui facciamo parte anche noi come Tilt e Speranza-Hope for children) cercano di fare tutto il possibile per alleviare, almeno in parte, le loro sofferenze. Ma di sopravvivenza dignitosa sicuramente non si può parlare. E in quei parchi, accampate alla bell’e meglio, ci sono famiglie con bambini piccoli anche da più di 70 giorni. Più di due mesi senza niente, se non la speranza di passare un qualche confine. Prima o poi.
Nei campi la situazione è diversa e, a sua volta, cambia da campo a campo. Ci sono campi più tranquilli e puliti, come quello di Derveni, e campi che fanno semplicemente paura per le condizioni igieniche in cui versano, come quello di Sindos-Frakapor, che sorge vicino ad un depuratore e il cui cattivo odore si avverte da chilometri di distanza. Ovviamente, qui, zanzare e mosche fanno da padrone, portando con sé infezioni che non sempre vengono diagnosticate dai medici all’interno dei campi e che possono affliggere i bambini anche per diversi mesi.
Per non parlare del campo di Kordelio-Softex, un vero e proprio incubo. Un posto in cui ogni giorno si continuano a costruire nuove barriere, sempre più alte e corredate dall’immancabile filo spinato. Non abbiamo fatto in tempo ad entrare che la polizia ci ha intimato di andarcene, chiamando i rinforzi ed arrivando ad essere in quindici per contrastare l’incredibile minaccia rappresentata da tre volontari, di cui due giovani donne.
Qui a Softex abbiamo incontrato Anur, un signore siriano, padre di quattro bellissimi figli, che, in seguito ad un bombardamento che ha colpito la sua casa ad Aleppo, è rimasto sepolto per sette ore sotto le macerie, accusando da quel giorno attacchi epilettici, problemi alla schiena ed essendo costretto all’uso di una stampella per poter camminare. Anur in quell’esplosione ha perso la salute e un figlio piccolo, l’unica cosa che lo spinge ad andare avanti, nonostante le sue condizioni peggiorino ogni giorno di più, è la speranza di raggiungere, insieme al resto della sua famiglia, un altro dei suoi figli che nel frattempo è riuscito ad arrivare ad Hannover.
A Vasilika, invece, abbiamo incontrato un signore siriano che, dopo averci offerto caffè e sigarette, ci ha mostrato le cicatrici che si è procurato combattendo contro Daesh tra le fila dell’YPG, l’Unità di Protezione Popolare del popolo curdo.
Ad Oreokastro abbiamo conosciuto un’altra famiglia siriana, composta in prevalenza da bellissime bambine che vanno dai due ai tredici anni, il cui il padre rischia di perdere la vista se non verrà operato al più presto. Qui abbiamo tenuto delle lezioni improvvisate di inglese alle bambine più piccole, desiderose di migliorarsi e correggere i propri errori di ortografia. Il tutto è stato accompagnato da dell’ottimo tè, in perfetto syrian style, stavolta: il che vuol dire corredato da una generosità e da una gentilezza inaudite.
Poi c’è il campo di Diavata, dove abbiamo conosciuto Ahmed. Con lui, nel campo, ci sono sua moglie e i suoi due figli, uno di quindici e l’altra di diciassette anni. Il figlio maschio ci aiuta con le traduzioni dall’arabo all’inglese e ci dice, riportando le parole del padre, che sua sorella, quando ancora si trovavano in Turchia, era talmente brava a scuola da aver ricevuto un attestato e una medaglia per questo. Ora il sogno di questa giovane donna è fare il medico. Ahmed è orgoglioso mentre ce lo racconta, ma al tempo stesso ha uno sguardo sofferente a causa dell’altro suo figlio, il più piccolo, di soli tredici anni, che si trova da più di un anno da solo a Berlino. Ci mostra una sua foto e ci dice che hanno già fatto la domanda per il ricongiungimento familiare, sperando di poterlo raggiungere presto. Ma l’attesa interminabile per le pratiche burocratiche sembra l’unica cosa certa per queste persone.
Infine c’è Derveni. Il campo dove, più di ogni altro, ho lasciato un pezzo del mio cuore. A Derveni ci sono circa seicento persone, tutte curde. Qui si respira un’altra aria. Sicuramente anche per merito dei numerosi bambini che ci hanno accolto a braccia aperte sin dal primo giorno. Fuori da questi enormi capannoni ho conosciuto Stefanie, Aurel, Nadia, Omar, Hevala, Mohammed, Mirlanda e Cimal, uno scricciolo biondissimo di soli due anni. Shereen, la mamma, mi racconta che era ancora incinta quando sono scappati dal Kurdistan siriano per dirigersi in Europa e che questa piccola principessina di nome Cimal non ha mai visto suo padre, uno dei pochi fortunati ad essere riuscito ad arrivare in Germania. Hanno chiesto il ricongiungimento familiare anche loro. Stessa cosa per la famiglia della bellissima Aurel, una bambina di dieci anni con dei boccoli bruni e gli occhi color ebano, la cui sorellina più piccola sembra una sua copia in miniatura. Anche il loro papà è in Germania e anche la piccola sorellina di Aurel il papà deve averlo visto solo di sfuggita. La guerra fa questo, interrompe delle vite senza dire quando e se potranno tornare ad essere come prima. Ma loro sono fortunati, nel loro campo non ci sono risse e i bambini possono andare a scuola e imparare l’inglese senza alcun problema.
Meno fortunato è Barahckat, un bimbo di undici anni in sedia a rotelle, il cui papà ha problemi alla schiena, sicuramente acuiti dal viaggio dalla Siria alla Grecia in cui ha dovuto trasportare il figlio in braccio. Il papà lui lo ha con sé e lo segue sempre, è stato proprio lui a spingere la sedia a rotelle del figlio, che gli hanno dato nel campo, verso di me per chiedermi di disegnare al suo timidissimo bambino Superman, il suo supereroe preferito. Barahckat e il padre non sono soli, con loro c’è anche la mamma con problemi alla vista e un altro fratellino con un problema all’ormone della crescita. Una famiglia molto unita ma allo stesso tempo minacciata da questi numerosi problemi di salute. Loro in Europa non hanno nessuno e non sanno cosa li attenderà dopo. Per quanto ne so io, questi due genitori sono degli eroi al pari di quelli che Barahckat si è fatto disegnare da me, non li ho mai sentiti dire nulla che non fosse una parola gentile, nonostante avessero tutti i motivi per autocommiserarsi.
La dignità di queste persone, di questo popolo, è la cosa che colpisce di più e che ti entra dentro: hanno affrontato tutto ciò che di brutto c’è al mondo e nonostante questo sono lì ad offrirti quel poco che hanno, raccontandoti le loro storie e sognando un futuro migliore per i propri figli. Non dimenticando mai gli altri, però. Soprattutto chi sta vivendo una condizione di difficoltà: infatti, non ho fatto in tempo a dire di essere italiana che mi sono state chieste delle notizie più affidabili sul terremoto e su come stessero le persone colpite dal sisma. Loro, persone costantemente minacciate dall’Isis e continuamente perseguitate dal governo turco e dal regime siriano di Assad, erano preoccupate per le sorti dei nostri connazionali italiani colpiti dal terremoto. L’unica cosa che si può fare in questi casi è stupirsi e ringraziare non si sa bene chi, probabilmente tutti quelli che ti hanno condotta qui e che ti hanno permesso di esserci, per averti mostrato che esistono persone del genere.
Tutti dovrebbero fare un’esperienza come questa, interagire con persone meravigliose come loro. Tutti dovrebbero poter vedere questa grande umanità. E poi prenderne esempio. L’Europa non dovrebbe ignorare tutte queste storie, tutta questa sofferenza. E invece li ha relegati ai confini di una città fantasma, nelle vecchie fabbriche dismesse a cui nessuno fa più caso. Li ha confinati nel dimenticatoio.

E’ per questo che non abbiamo chiesto l’autorizzazione per operare nei campi: chiederla avrebbe significato legittimarli. Legittimare l’Europa a continuare con questo sistema di “accoglienza”. La nostra è stata una scelta politica.
Non accettiamo che venga sospeso il diritto internazionale e che delle persone innocenti vengano rinchiuse in quelli che sono dei veri e propri lager, in condizioni disumane. Vivono nell’incertezza, senza sapere cosa ne sarà di loro. Quella che conducono queste persone non è una vita dignitosa. Lo sappiamo noi, lo sanno loro e lo sanno i grandi leader europei.
L’Europa non si sta dimostrando all’altezza di questo importante momento storico. Manca la politica. Manca una visione d’insieme.
Una volta Enrico Berlinguer ha detto che l’Europa dei popoli è l’unica Europa possibile. Facciamola. Insieme.
Ripartendo da qui. Dai profughi dimenticati in Grecia.
“ Oggi si cercano e si incontrano, cominciando a tessere la trama del futuro, coloro che hanno scorto i motivi dell’attuale crisi della civiltà europea, e che perciò raccolgono l’eredità di tutti i movimenti di elevazione dell’umanità, naufragati per incomprensione del fine da raggiungere o dei mezzi come raggiungerlo. La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà. “ – Manifesto di Ventotene.

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