NI UNA MAS – NON UNA DI PIU’

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NI UNA MAS – NON UNA DI PIU’

Intervento apertura Tilt Pisa in occasione della Giornata internazionale contro la violenza alle donne – 25-26-27 novembre 2011

È un appello di rabbia e dolore, ma è anche una presa di parola e di pratiche quello che si è levato simbolicamente oggi pomeriggio sul Ponte di Mezzo di questa città in occasione della Giornata internazionale contro la violenza alle donne. Non una di più rispetto alle 126 donne che, nel solo 2011, sono morte per mano dei loro aguzzini in Italia. Una mattanza quotidiana e silenziosa che il più delle volte si consuma tra le mura di casa, nella falsata e bugiarda sacralità della famiglia, nell’ipocrisia di un immagianario familiare sotto la cui coltre patinata si cerca di nascondere, travisare, ignorare un femminicidio ripetuto, recidivo. Ho preso in prestito parole forti dal vocabolario nero e rosso di sangue che attraversa la storia delle violenza sulle donne: mattanza, femminicidio, rabbia, dolore, silenzio, sangue. E’ il repertorio della violenza, che non può essere edulcorato dall’estetica e dalla chirurgia plastica entro cui si cerca di ingabbiare l’universo femminile. Sono lividi e livore di corpi di donne, giovani, mature, migranti, bambine, che hanno terribilmente imparato ad indossare , fino alle estreme conseguenze, i segni della violenza maschile, fisica e psicologica, del loro partner; vestono questa violenza come un abito indossato al contrario. Quei segni parlano di noi, della nostra storia, del nostro presente.

Non è un tributo retorico e commemorativo aprire la nostra tre giorni di Tilt con questo mio intervento; non è una pura e semplice coincidenza quella di oggi, giornata internazionale contro la violenza alle donne all’interno del nostro percorso politico.

Ma cos’è Tilt? Quanto questa parola che evoca nel senso comune di ciscuno disordine, instabilità, confusione che si produce grazie a qualcosa o qualcuno che spariglia le carte e prova a riformulare insieme le regole del gioco, magari della politica, della partecipazione, del protagonismo di una generazione condannata a non avere un futuro, può e deve ripartire, costruire, reinventare gli strumenti di una rigenerazione culturale e politica del paese a partire, ad esempio, dalle donne, con le donne e all’interno di un contesto che chiama in causa l’intero mondo delle differenze di genere?

Abbiamo scritto, invitandovi a partecipare a questa tre giorni, che abbiamo fatto Tilt e costruito una rete di persone e di associazioni, di singoli/e e di gruppi, in movimento. Un racconto comune, un luogo di incontro e condivisione che si pone l’obiettivo di costruire la sinistra partendo dalla nostragenerazione, quella costretta all’irrappresentabilità, ma che è stata protagonista del risveglio di questo paese. Abbiamo la pretesa di rivendicare reddito e di farne la cifra rilevante e non più negoziabile per l’agenda sociale e politica di questo paese. Abbiamo la folle audacia di rivendicare il diritto alla felicità. Già, vilenza contro felicità… Non ci sfugge che tra i falsi strumenti branditi dalla politica per come la conosciamo in questi tempi ci sia quello della promessa di una quota rosa per seppellire il bisogno di radicalità e di protagonismo delle donne e delle giovani donne, nel lavoro come in politica. Non ci sfugge che il potere e la politica mettano in atto strategie mimetiche di marginalità e insubordinazione delle donne che fanno il paio con un femminismo di maniera, di moda, di tendenza che serpeggia e si fa parola e cosa, come ha scritto Cristina Morini di recente, tra settimanali, magazine, salotti televisivi. Un femminsimo pret-a-porter, per l’appunto, che pure porpone un nodo duro da aggredire all’interno della retorica liberale del potere: le donne manager più brave degli uomini, le donne in carriera, la femminilizzazione del lavoro e della società, le donne, nelle relazioni con gli uomini, non più disposte a sopportare il compromesso perché  più libere di determinarsi e di rendersi autonome, leit motiv che costruiscono il senso comune e sono funzionali ad un discorso politico ingannevole, a tratti subdolo, che ti crea le potenzialità e gli spazi per un ruolo pubblico e quindi per la tua pratica politica di cambiamento, di visione differente del mondo e delle relazioni, della tua conflittualità, ma che poi lo fa convergere all’interno di un ordine precostituito, gerontocratico, maschile, attraverso un processo di celebrazione che prevede ad esempio di confinare in un determinato spazio, ben defintio, la tua indignazione, il tuo reclamare un’uguaglianza di mezzi nella differenza valorizzante dei generi, al fine di ridurre al silenzio lamentoso il tuo reale intervento. E tu, come in una tana di Kafka, finisci col riconsocerti con questo meccanismo. Diceva bene ieri Paola Baora, presidente della Casa della donna di Pisa, mentre analizzava i dati della crisi che venivano fuori dalla perdita di lavoro nei resoconti dei centri per l’impiego. E lo ha fatto raccontando un aneddoto di una coppia, uomo e donna sulla quarantina, entrambi con un lavoro solo alle spalle: lei era lì e reclamava, disperata, il lavoro per lui, certa che lei in qualche modo se la sarebbe cavata. Ritorna un un antico tratto della femminilità, quello di chiedere prima per gli altri e poi per sé, segno di un indubbia e materna generosità, certo, ma che ha anche l’altra faccia della medaglia: quella di un retaggio secolare di essere ridotte e ricondotte a i margini, di farsi da parte, in qualche modo, di non prendere parola.

Precarietà/ricattabilità/violenza 

Fra i dati e i numeri preoccupanti che abbiamo letto in qeusti giorni sui reati legati alla violenza sulle donne, ce ne sono alcuni su cui, in chiusura, vorrei focalizzare l’attenzione perché sono argomento cruciale dei workshop di questi giorni. Volendo usare un campione ridotto, quello dei dati del centro anticiolenza di Pisa dell’ultimo anno, balzano agli occhi due fattori direttamente proporzionali: aumentano i maltrattamenti e le violenze sulle donne nella fascia di età compresa fra i 30 e i 40 anni e, al tempo stesso, si registra che la condizione lavorativa di queste donne è totalmente precaria: un terzo sono inoccupate o disoccupate, un terzo vive di contratti precari, solo il 20% ha un contratto a tempo indeterminato.

Molti di questi lavori, che molte di noi, qui stasera conoscono e vivono sulla propria pelle, appartengono a nuove forme di lavorizzazione delle donne: è una sfera complessa in cui la socialità, il lavoro cognitivo, l’affettività, la sessualità sono espliciti fattori di valorizzazione. Relazione, desiderio, consumo sono tratti imprescindibili della produzione e del lavoro. Un terreno scivoloso su cui si sono esercitate nuove forme e nuovi lingiaggi della violenza sulle donne. L’ultimo biennio pornocratico, come felicemente lo ha chiamato qualcuna, ha reso evidente il sodalizio granitico che soprattutto la politica e il triviale immaginario pubblico hanno compiuto: il corpo, nel rapporto stretto fra sessualità, denaro, politica, fa tutt’uno con l’immagine mostruosa del Leviatano contemporaneo: è diventato un corpo sinuoso, perfetto, finto, provocante, all’interno del quale si articola un vero e proprio sfruttamento economico ed ideologico dell’erotizzazione, in cui non funziona più il nesso cotrollo-repressione, ma dove invece si ipervalorizza il nesso controllo-stimolazione.

Questo è per noi giovani donne un terreno serio di discussione che non può essere liquidato né con vecchi moralismi o atteggiamenti beghini che ci dividano in buone o cattive, in più o meno dignitose; un terreno su cui invece si è consumata e si è accumulata una terribile slavina negli scorsi mesi che ha ipnotizzato l’intera società italiana:quella del teatrino a luci rosse del premier che riproduce poi un copione tutto sommato vecchio: un libidinoso e grottesco riccastro con una coorte di donne discinte. Il tritacarne mediatico ha appiattito ogni discussione entro questo immaginario, un sortilegio ipnotico da cui, come in un brutto sogno, ci siamo risvegliate il 13 febbario.

Tilt è uno spazio della politica che sta dentro l’irruenza e la presa di parole che le donne del 13 febbraio hanno gioiosamente ripreso, pur nelle differenze, anche generazionali, che ci caratterizzano. Oggi le compagne e le amiche di tilt hanno un’impresa ardua e felice di fronte a sé: possiamo costruire uno spazio alternativo efficace, possiamo sperimentare micropolitiche che ci forniscano gli strumenti per riattivare e risemantizzare la grande narrazione del femminismo storico di questo paese. Abbiamo bisogno di elaborare parole nuove, abbiamo bisogno di toglierci di dosso quella strana sensazione a metà fra la paura di non saper immaginare un mondo diverso da quello frammentato e precario che ci hanno disegnato addosso e la voglia di essere protagoniste di una stagione di nuove pratiche di genere che non siano solo il frutto di una consegna del passato e dal passato, come da un archivio polveroso. Dobbiamo farlo a partire da noi, anche nelle modalità dei confronti e delle decisioni condivise di questi giorni, anche a partire dalla presa di parola in assemblea. Al bando la nostalgia e la paura, per poter provare a sentire dentro l’entusiasmo e al tempo stesso l’onere di un impegno mai sopito come quello di Carla çonzi quando scriveva: “Traboccava la voglia di uscire dalla prigione e di sbeffeggiare il nostro carceriere. Il mio sdegno saliva alle stelle, ma anche la mia felicità, perché finalmente esprimevo senza sensi di colpa né complessi di inferiorità la mia voglia di esistere, la mia presenza…cercavo di risvegliare questo fuoco nelle altre perché potessero gettarsi nell’acqua fredda e fare una bella nuotata. Lo shoc più bello,tonico, salutare che ho mai provato”.

Beh, allora spero che questa tre giorni di tilt possa essere anche per noi una bella nuotata! Buon tilt a tutte.

Marica Setaro

 

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