“Luoghi Comuni”: ragionando di spazio urbano e beni comuni

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“Luoghi Comuni”: ragionando di spazio urbano e beni comuni

Il dibattito e le battaglie che hanno portato alla vittoria del referendum sull’acqua hanno acceso i riflettori su quali siano le risorse fondamentali e irrinunciabili per una comunità e, dall’acqua, si è passati a considerare tutti quei beni che si collocano o dovrebbero collocarsi nello spazio pieno di potenzialità tra pubblico e privato.

L’idea dell’autogoverno ci spinge a guardare con crescente interesse tutte quelle esperienze (e sono ormai molte!) che rivendicano la possibilità per le comunità di avere parte attiva nelle decisioni strategiche e di programmazione del territorio che abitano.

E questo sempre più ad ampio raggio, dato che un territorio è composto dai beni materiali e immateriali, dalle attività umane, dalle risorse, dal suolo urbanizzato e non, dalle mille forme di socialità e cooperazione formali e informali che una comunità esprime.

Queste riflessioni e esperienze rappresentano una sfida altissima per tutti e a maggior ragione per chi si trova nel ruolo di pubblico amministratore, eletto attraverso un metodo rappresentativo che ha un disperato bisogno di essere rinnovato e contaminato dalle forme di autorappresentazione e autogoverno delle comunità.

Le potenzialità e le energie che possono essere messe in moto dai meccanismi partecipativi sono enormi. In termini di sviluppo sociale responsabile, di benessere, di convivenza e perfino di crescita economica che metta al centro la felicità.

In questo dibattito così ampio e ancora da esplorare, mi vorrei soffermare sulle riflessioni che in questa ottica investono la progettazione dello spazio urbano.

Anche a Bologna, città dove sono Consigliera Comunale, si sono sviluppate negli anni passati interessanti esperienze di urbanistica partecipata.

Queste esperienze hanno coinvolto tutti gli attori presenti sul territorio dai costruttori, agli abitanti della zona, alle associazioni, agli spazi autogestiti.

Anche oggi proseguono esperimenti di questo tipo dispiegati sui quartieri cittadini (penso per esempio alla compartecipazione nella progettazione di un giardino pubblico, nella sua cura e gestione).

Partendo da questi spunti e alzando lo sguardo ad altre realtà in Italia e in Europa trovo una miniera di iniziative interessanti che pongono all’ordine del giorno il tema della mappatura degli spazi abbandonati e dismessi, disponibili per la riqualificazione e per il riuso, anche temporaneo.

All’orizzonte si profila l’enorme e importantissima questione del consumo di suolo e della sua salvaguardia appunto come bene comune.

E’ possibile immaginare Piani Urbanistici a Crescita Zero – a zero consumo di suolo?

Sono in grado le comunità urbane di rimettere a valore sociale ed economico le risorse esistenti? Di ridare un senso e una vita a spazi ed angoli di città sospesi nel limbo del non utilizzo e dell’abbandono? Direi: certamente.

In Europa, nel nostro paese e a Bologna, le culture informali dell’abitare, della socialità, della produzione artistica e culturale, del lavoro hanno spesso posto la base delle proprie attività in questi spazi.

Sono convinta che gli spazi autogestiti, proprio perché estremamente liberi, siano stati e continuino ad essere una miniera in termini di creatività e proposte.

Negli ultimi due anni in tante città Italiane le espressioni di queste esigenze – autogoverno, partecipazione e luoghi dove sperimentarli – si sono poste con forza come segnalatori e riattivatori dello spazio pubblico lasciato indecentemente vuoto. Vuoto di corpi, di senso, di vita. Penso al Valle, a Macao, al Teatro Garibaldi, per citarne alcuni.

Queste realtà, nell’ambito della riflessione sulla rigenerazione urbana, segnalano una via che le Amministrazioni devono essere in grado di cogliere.

Segnalano non solo che quegli spazi esistono, appunto, indecentemente vuoti, ma segnalano anche come utilizzarli, come metterli a valore con una riappropriazione che è una restituzione alla comunità e che si apre alla progettazione partecipata di ciò che è comune.

In questi spazi oggi si ragiona di tutto questo. Si mettono in pratica forme di cura collettiva e di nuovo mutualismo – abitare, lavorare, produrre insieme mettendo al centro le risorse di ognuno come parte di una comunità, moltiplicando così le forze, le idee, rimettendo in circolo le energie e (perché no?) le potenzialità economiche.

Per esempio, in un momento di crisi e all’apice della precarizzazione del lavoro, anche l’assenza o l’impossibilità di sostenere i costi di uno spazio dove svolgere la propria attività è una forma di esclusione dal mercato del lavoro. Per questo le esperienze di co-working, di condivisione di spazi e mezzi di lavoro, che già si sperimentano “dal basso”, sono da incentivare, magari individuando luoghi adatti che diventino incubatori di nuove professioni e di giovani professionisti.

L’uso degli spazi in questo senso dovrebbe essere ripensato, non solo come riappropriazione comune degli stessi, ma anche come misura per una piena cittadinanza dei lavoratori e delle lavoratrici.

Quindi come uno strumento di welfare e di opportunità di crescita e formazione.

Potrebbero le amministrazioni pubbliche e le imprese essere interessate ad un investimento del genere?

Dunque abbiamo detto co-working, ma possiamo citare altre forme di mutualismo che investono sfere diverse della vita: l’assistenza reciproca, lo scambio di servizi, tempo e competenze, gli acquisti comuni e solidali, l’autoformazione.

Molte esperienze, attraverso la reinvenzione delle forme di mutualità, si pongono come potenziali compartecipanti ad un sistema di welfare pubblico sempre più deprivato di risorse.

Le amministrazioni locali possono rinunciare a questa ricchezza?

Compito della politica e credo anche di un mondo imprenditoriale lungimirante è anche quello di intercettare le esperienze migliori che dal basso o attraverso l’autogoverno nascono e si sviluppano.

Dunque, per tornare al tema del riuso urbano: si potrebbe cominciare dando, per l’appunto, spazio a queste esperienze. Penso che le comunità siano pronte. Lo sono le Amministrazioni? E le imprese? Perché esiste un patrimonio, da mappare prima di tutto e poi sul quale investire.

In questo senso qualcosa (molto) si muove. Segnalo solo alcune tra le tante esperienze:

i censimenti di Salviamo il Paesaggio (www.salviamoilpaesaggio.it) e Impossible Living, (www.impossibleliving.com), Riuso 01 che già direttamente coinvolge le Istituzioni e le associazioni di categoria (www.riuso01.it), a Bologna l’esperienza dell’Associazione Planimetrie Culturali (http://www.planimetrieculturali.org), Temporiuso a Milano (www.temporiuso.org) e tra Torino e Milano Urban Reuse (www.urban-reuse.eu) , l’esperienza della Balena a Napoli (http://labalena.wordpress.com). Si potrebbe continuare…

E ancora una domanda: il decreto sul federalismo demaniale n.85 del 28 maggio 2010 può rappresentare un’occasione in questo senso? Per altro si può ragionare anche di aree e edifici più piccoli e di più facile gestione.

Per esempio il Comune di Bologna, oltre alle proprietà del Demanio ora passate alla gestione degli enti locali, ha presentato un piano di alienazioni che comprende svariati immobili per i quali sarebbe necessario un ragionamento complessivo che non ne preveda semplicemente la svendita.

Credo che queste aree non possano essere realmente riqualificate e non possano rappresentare un vero fattore di sviluppo duraturo facendone semplicemente oggetti di interesse speculativo e di espansione edilizia residenziale.

Le amministrazioni dovrebbero avere il coraggio di dire che questi spazi, specie quando i bandi vanno deserti, possono e devono essere messi a disposizione di forme, per esempio, di autorecupero e di proprietà diffusa anche in partnership con associazioni di categoria e imprese, oltre che con le realtà sociali operanti sul territorio.

In questo senso ho già depositato una proposta in Consiglio Comunale richiedendo espressamente l’individuazione di immobili pubblici da destinare a forme di co-working, sarebbe davvero molto interessante verificare quale reazione a catena ne deriverebbe se ogni amministratore che condivide l’idea che lo spazio sia o possa ritornare ad essere un “luogo comune” facesse altrettanto nella propria città!

 

Cathy La Torre

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