L’intervento di Marianna Pederzolli (consigliera comunale di Genova) a #labellapolitica

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L’intervento di Marianna Pederzolli (consigliera comunale di Genova) a #labellapolitica

Se sono qui come consigliera comunale della sesta città italiana è perché con un gruppo di ragazzi del mio ex liceo abbiamo deciso di lanciare una provocazione alla città e alla politica dicendo che non si è mai troppo giovani per essere cittadini, che i giovani non sono solo portatori di bisogno ma anche di competenze. Ci siamo messi in gioco per dire che il giovane in politica e nella società non può essere quella forma che appare ma che non è mai, usato come figurina nelle campagne elettorali ma che poi non si ascolta e a cui non si permette di occupare ruoli decisionali. E non abbiamo potuto fare questa battaglia in un partito, non ce lo avrebbero lasciato fare, non saremmo stati accolti.

Ad oggi faccio parte infatti di una lista civica, nata per sopperire alle mancanze e alle disfunzioni della forma partito che non riusciva e non voleva essere rappresentativo di molti pezzi di società e a candidare giovani, donne e uomini esponenti dell’associazionismo.
Con i miei colleghi siamo in trincea ormai da un anno e mezzo e proviamo a giocarci la partita sebbene i rapporti di forza non giochino spesso a nostro favore; abbiamo scelto di non essere sinistra minoritaria e cerchiamo di spostare il baricentro della discussione a sinistra all’interno di una maggioranza molto eterogenea, in cui ci rapportiamo con un partito democratico che anche a livello locale stringe l’occhiolino al centro-destra su molti temi, dalle grandi opere, all’autodeterminazione delle donne, alla laicità.

Sono qui anche come membro di Tilt, che è una boccata d’ossigeno, un luogo in cui ci si può sentire protagonisti, un campo largo che interloquisce con partiti e movimenti, che trasmette una voglia dilagante e dirompente di mettersi in gioco, uno spazio di elaborazione politica qualitativamente eccezionale, il punto di partenza per ricostruire un paese e che mi riesce a restituire senso e speranza di fronte alle difficoltà del mio impegno locale, di fronte alle dinamiche di potere di una politica che spesso è grigia, maschile, muscolare, fatta di riti e teatrini.

Di bella Politica oggi più che mai abbiamo bisogno di parlare, nei giorni in cui  è maggiormente difficile e impopolare parlarne, dato che la parola d’ordine, dietro cui si intravede un vuoto inquietante, è “tutti a casa” indiscriminatamente e tra i miei coetanei o tra i ragazzi delle scuole in cui vado a parlare la parola politica è ormai una parolaccia.

E a maggior ragione oggi una sinistra che rifiuti le banalizzazioni e ami la complessità deve contrastare la  semplificazione a cui assistiamo in ogni dibattito in cui si contrappone il popolo è “buono” alla “kasta politica cattiva”, ( e mai di casta manageriale, bancaria, economica si parla) che purtroppo è abbastanza specchio della società.
Credo che ci sia un dirottamento di energie di protesta nei confronti in parte di un falso bersaglio, e non lo dico per difendere una classe dirigente spesso indifendibile e inadeguata, ma perché in Europa i movimenti hanno un’elaborazione ben più profonda e rivoluzionaria che contesta la società in cui viviamo in maniera molto più radicale.

Questi sono i giorni della resa dei conti della sconfitta della sinistra nel suo complesso. La prova sensibile del maggiore dei rischi dovuti dall’assenza di sinistra: lasciare anche il malessere comune alla destra sociale.
Di fronte ai rigurgiti fascisti e al populismo di questi giorni, o continuiamo a dirci quanto questi sono brutti e cattivi oppure ci riprendiamo le piazze, rispondiamo con determinazione ricostruendo uno spazio eterogeneo di mobilitazione radicale contro l’austerity ed il governo Letta, sperimentando nuove pratiche di lotta e nuove alleanze.

Io ho vent’anni e venendo qui mi chiedevo cosa significa sinistra, non tanto per me, che ho avuto la fortuna di avere gli strumenti e le relazioni per poter credere nella sinistra, ma per la maggior parte della mia generazione,  nata dopo la caduta del Muro di Berlino, che è nata lo stesso anno in cui è cominciato l’infausto ventennio berlusconista e che ha compiuto vent’anni sotto le larghe intese. Queste ultime sono l’apice di quello che abbiamo visto fare al centro sinistra in questi ultimi decenni, quando ha pensato di doversi spostare al centro, alla conquista dei voti moderati.

In nome di questa strategia ha rinunciato anche agli ultimissimi residui di alterità, ha smesso di definirsi sinistra a favore del nomignolo centrosinistra. Si è adagiata nella subalternità  all’ideologia liberista, cantando le lodi del mercato, della sussidiarietà, e ogni volta che la porta del berlusconismo stava per chiudersi, ci ha rimesso un piede dentro per riaprirla e peggio ancora ha puntato tutto sull’autoconservazione e non sull’innovazione e la trasformazione.

Oggi più che mai abbiamo un disperato bisogno di sinistra e i nostri sforzi di dignità sono insufficienti se non accompagnati da un nuovo linguaggio, da un nuovo modo di comunicare, da un nuovo modo di intendere la rappresentanza politica: chi si trova nel ruolo di pubblico amministratore, come me, ed è stato eletto attraverso un metodo rappresentativo ha ben presente il disperato bisogno dellacontaminazione e rinnovamento dei luoghi istituzionali della Politica con forme di autorappresentazione e partecipazione.

Oggi più che mai abbiamo l’estrema necessità di credere che non è vero che questa società è l’unica possibile, che non è vero che sono tutti uguali.
Dobbiamo dire che i giovani che della precarietà hanno fatto un’abilità e le donne portatrici di una politica del prendersi cura, sono la scommessa per invertire il ciclo.

E soprattutto dobbiamo ricordare e dimostrare alle persone quanto le soluzioni di sinistra a questa crisi siano ancora la proposta più credibile.

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