L’intervento di Maria Pia Pizzolante a #lacosagiusta

 > CONTENUTI  > L’intervento di Maria Pia Pizzolante a #lacosagiusta

L’intervento di Maria Pia Pizzolante a #lacosagiusta

Questa piazza l’aspettavo da tanto tempo. Qualche mese fa la immaginavo come la piazza che festeggiasse la fine di un ciclo, di venti anni di berlusconismo. Per la mia generazione non era la consegna di un uomo alla galera, ma la speranza di uscire dal ricatto che attanaglia le vite, di uscire da anni di politiche sbagliate che hanno consegnato un Paese allo stremo. Sognavamo di liberarci da un presente immobile per entrare nel futuro e di colpo ci siamo ritrovati catapultati nel passato.

Ci sentiamo traditi, certo. Ognuno di noi, con le proprie speranze e il proprio impegno. Faccio parte di un’associazione che nel suo piccolo si è schierata, senza paura e tatticismi. Si è schierata in un Paese in cui nessuno si schiera mai, senza niente in cambio, ma per l’esigenza dettata dalla condizione di vita materiale di una generazione, dei propri genitori, dei figli che vorrebbe avere.

Tanti di noi non hanno la tessera di partito, ma stanno in quei luoghi che hanno sostituito i grandi corpi intermedi: associazioni, movimento, volontariato. Pezzi di società civile che hanno riposto le speranze di cambiamento nel centrosinistra. Siamo persone che stanno nei luoghi della precarietà, della povertà, del disagio, che si sono spese e impegnate per un progetto che le ha tradite e che in quei luoghi, dove la politica non abita da tempo, devono tornare a spiegare le ragioni di una speranza violata.

Questi giorni ci consegnano la fotografia di un Paese unico al mondo, in cui il leader della coalizione di destra viene condannato a quattro anni di carcere e il maggiore partito della coalizione opposta, cioè quello che dovrebbe essere di “sinistra”, ci governa insieme come se non fosse successo niente. Quella che ci hanno raccontato come una cosa giusta, è una cosa semplicemente vergognosa!

 

Mi sono illusa nei mesi scorsi? Non lo so. Ci ho pensato e ripensato. Ma niente rimpianto delle battaglie fatte assieme. Niente.

Ho visto la speranza passarci accanto e una classe dirigente impreparata farsela sfuggire: 27 milioni di persone ai referendum, le amministrative e le sue primavere, le piazze piene, 3 milioni di persone in coda per scegliere il candidato premier con le primarie. E qualcosa che sembrava a un passo: la porta del berlusconismo che sembrava chiudersi una volta per tutte. E invece no. Una campagna elettorale fatta con la paura di vincere, di dichiararsi NoTav o No Mous, una campagna fatta di richiami al centro, della politica e mai delle persone, con le piazze che avremmo dovuto riempire noi riempite da altri, con i dirigenti del centrosinistra rinchiusi come in un fortino in un teatro nella giornata di chiusura della campagna elettorale, che da festa è diventata incubo.

Come accaduto tante, troppe volte in questi anni, ogni volta che l’Italia sta per chiudere la porta del berlusconismo, un dirigente del centrosinistra ci mette il piede per riaprirla!

Questa volta il piede ce l’hanno messo in 101.

9 milioni di persone hanno votato il cambiamento. 101 franchi traditori ci hanno restituito Berlusconi.

E’ un buon motivo per lasciar perdere? No, semmai è un buon motivo per non mollare. Per ripartire da quella moltitudine di persone.

Il mondo è cambiato e una classe dirigente, a sinistra, è rimasta immobile. Con linguaggi, pratiche e vestiti di 20 anni fa. Incapace di parlare a un mondo atomizzato, di solitudini, rabbioso. Incapace di vedere quanto cresceva e diventava virulenta la rabbia nei confronti della conservazione di un ceto politico che da anni ripropone sempre le stesse vecchie ricette. Perché in due mesi di campagna elettorale nessuno si ricorda una cosa una che abbiamo pensato per l’Italia! C’era tutto da cambiare, tutto da ricostruire e non siamo stati in grado di trasmettere speranza e concretezza.

Ma ci sono milioni di persone, di voti che chiedono cambiamento, luoghi e forme della politica diverse, in cui possano trovare spazio e rappresentanza. Non più filtrata, non più mediata, non più ostaggio del ceto politico.

Questo vorrei dire a Vendola oggi, far capire al Partito democratico, agli elettori di Grillo.

Questo vorrei dire a quella sinistra che, appena arrivata nel palazzo, da giovane turca è diventata vecchia democristiana, che non ha capito che non basta essere giovane o utilizzare i giovani come figurine se non hai idee nuove e coraggiose, se non sei capace di sentire la fragilità delle gambe che tremano a un ragazzo di 25 anni che si alza la mattina, ha in tasca la sua laurea in chirurgia e se gli va bene finisce a fare il panettiere, ovviamente a nero.

Perché l’unica rottamazione che serve non è quella di una classe dirigente per una ancora peggiore, ma la rottamazione delle idee di quella classe dirigente! Perché le scelte folli di questi anni hanno portato 3 milioni di precari, 2 milioni di disoccupati, 9 milioni di persone che non hanno soldi per pagarsi le cure e 2 milioni di ragazze e ragazzi che non studiano e non lavorano.

Questo vorrei dire a tutti coloro che pensano che il nuovo sia urlare, corteggiare Casa Pound, inveire contro il giusto diritto dei bambini nati da figli migranti di essere italiani o che pensano che basti tagliare uno stipendio o qualche auto blu per cambiare l’Italia.

Il male dell’Italia non è la casta, sono le caste. Dall’informazione, dove su 40.000 giornalisti oltre la metà non arrivano ai 10.000 euro lordi l’anno, all’Università dove vecchi baroni impediscono a giovani talenti di emergere.

La cosa giusta è avere il coraggio di battersi contro le corporazioni che vivono di rendita a danno dei talenti, contro chi pensa che sia meglio l’ipocrisia di una legge, la Fini Giovanardi, che manda in carcere la povera gente e favorisce il narcotraffico, anziché legalizzare le droghe leggere. Il coraggio di dire che il Paese incivile è quello in cui un partito di governo manifesta davanti all’ambasciata francese contro il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

La cosa giusta è avere il coraggio di dichiarare il fallimento di un ciclo e riaprirne un altro che liberi le persone dalla ricattabilità della precarietà, della povertà, delle mafie, delle disuguaglianze.

Per questo abbiamo portato avanti con forza la raccolta delle firme per la proposta di legge di iniziativa popolare sul reddito minimo garantito, nonostante a sinistra troppi lo abbiano considerato un orpello da campagna elettorale, da non gridare nemmeno troppo forte per non mettere in discussione modelli superati da tempo.

Questo ci hanno chiesto quei milioni di voti e per questo in Italia un grande partito di sinistra c’è già: è nel voto di Italia Bene Comune, ma anche nel voto a Grillo e nel non voto. Sono oltre 15 milioni di persone che hanno molto in comune e non trovano un luogo che li contenga, ma che soprattutto, sono divise a causa degli egoismi, degli arrivismi dei loro rappresentanti divisi in correnti e fazioni che non rispondono a nessuna prospettiva politica ma solo a logiche di potere.

Questa è la sfida che abbiamo di fronte. La sfida di chi non si vergogna delle proprie scelte e che ha il coraggio di dire, ad esempio, che i governi si fanno contro le mafie, non con la mafia. Per questo non può esserci sinistra in un governo che ha come sottosegretario Micchiché che ringrazia Marcello Dell’Utri, condannato per associazione mafiosa!

La cosa giusta è una sinistra capace di affrontare la gigantesca crisi della rappresentanza. Perché oggi i partiti e i sindacati non riescono a rappresentare tutto il mondo del lavoro? Perché non lo conoscono e non lo vogliono conoscere. Perché non capiscono che non esiste un operaio e un precario, non esistono garantiti e non garantiti, ma persone tenute insieme dalla scure della ricattabilità dentro e fuori il lavoro. Lo sono gli operai quanto le partite iva, lo sono gli studenti senza borsa di studio quanto i piccoli imprenditori costretti a chiudere. Chi ancora parla della precarietà come una disfunzione del sistema è fuori dal tempo perché la precarietà oggi è il sistema. 

La sinistra dell’innovazione, moderna, popolare sono quei milioni di voti che hanno in sé la costruzione di un grande partito di sinistra. La cosa giusta è rompere i recinti che non rendono possibile tutto questo e investire su un paradigma diverso, trasformando la questione generazionale in opportunità, avendo il coraggio di dire che le idee di una classe dirigente hanno fallito ed è bene che si sperimenti il talento di chi porta sulla pelle le cicatrici delle scelte folli di questi anni.

Michel Foucault diceva:  “Forse ai nostri giorni l’obiettivo non è quello di scoprire che cosa siamo, ma di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire quello che potremmo diventare”.

Ecco, per le giovani generazioni, per tutti noi e soprattutto per la sinistra… è diventato il momento di diventare grandi prima di diventare vecchi.

Buon lavoro a tutti noi.

user-gravatar
Tilt
No Comments

Post a Comment

Comment
Name
Email
Website