La possibilità di ritrovare un filo rosso in mezzo a tanta frammentazione

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La possibilità di ritrovare un filo rosso in mezzo a tanta frammentazione

Ei fu. Il 1 maggio, la piazza devastata di Milano. Oggi quel senso di frustrazione, di impotenza, di disperazione davanti alle immagini che scorrevano nei tg, agli articoli di giornale, alle dichiarazioni da social di tanti/e sulla MayDay depredata, si deve trasformare nell’impossibilità di delegare, da qui in avanti, a maggior ragione, la rappresentazione di un conflitto che per fortuna c’è e non si arresta. Solo che, mai come in questi giorni, quel popolo di resistenti è frammentato, disilluso, incapace di immaginare e sperimentare. Un mondo disperso e isolato, privo di leadership, orfano di un racconto che raccolga e non divida. È, insomma, carente sul piano più strettamente politico e su quello della sua rappresentazione. 

Nelle strade di Milano, il 1 maggio, abbiamo visto l’immagine della nostra impotenza, della nostra incapacità di mettere in campo forme efficaci di azione politica orientata alla destrutturazione del racconto oggi dominante. Quello retorico e iperillusivo del “ce l’abbiamo fatta”, “l’Italia riparte”, “qui è il futuro”, ma anche delle paludi e delle liturgie a cui la vecchia sinistra – politica, associativa e sindacale – ci ha abituato.

Perché è un problema di pratiche ed è un problema di visione, e il fronte (un tempo) altermondialista ha perso da anni la capacità di immaginarsi le une e l’altra, tenendo fede ad un principio molto semplice: quello che se manifestiamo, se occupiamo con i nostri corpi strade e piazze, lo facciamo per aprire spazi politici, avanzare sul terreno di un’idea alternativa e maggioritaria. Insomma, o ci si pone l’obiettivo di creare consenso, di sconfiggere innanzitutto con il racconto l’immaginario a senso unico che ci hanno costruito tutto intorno, oppure non vale la pena nemmeno provarci.

Oggi è il 5 maggio e in sette piazze migliaia di persone hanno manifestato per un’altra scuola, buona per tutti e non per pochi. In mezzo c’è stato il 3 maggio e la contestazione al premier alla festa dell’Unità di Bologna. Nell’arco di cinque giorni un’opposizione reale, fatta di corpi che si riprendono lo spazio pubblico, giovane e colorata, ha manifestato contro le politiche del governo e per un’altra idea di mondo e di società. Questo è il dato di cui si dovrebbe discutere, questi sono i numeri che dovrebbero impressionare un governo troppo distante e sordo a ciò che i “suoi” cittadini/e gli chiedono.

Parlare o far parlare i trecento neri che hanno scatenato la guerriglia è criminale. Anche per chi fa informazione. Questo non significa far finta che non siano esistiti, anzi. Quelle presenze, il fatto che abbiano silenziato il corteo degli altermondialisti, la loro estrema autoreferenzialità (alimentata anche questa dal circo mediatico), devono interrogare noi, la parte che a torto o a ragione viene associata a queste manifestazioni: noi, la sinistra.

E su questo dovremmo riaprire un ragionamento che si fa carico della complessità del momento, della perdita di credibilità della nostra parte politica, della estraneità dei partiti e dei movimenti più istituzionalizzati alle assemblee e ai luoghi dove si crea il “comune sentire”. Dovremmo fare i conti, fino in fondo, con il senso di rinuncia che ci assale rispetto alla possibilità di ritrovare un filo rosso in mezzo a tanta frammentazione.

Non sarà facile, ma ce la faremo solo se saremo in grado di dirci in tutta franchezza tre semplici cose, con la massima onestà possibile. Uno: che il nostro nemico vero sono l’egocentrismo e l’autocompiacimento, quello dei black bloc come quello dei leader sindacali e dei leader della sinistra storica (incapace per questo persino di rinnovarsi). Un movimento deve voler diventare di massa, non crogiolarsi della proprie ragioni solitarie. Due: che le forze dell’ordine a Milano si sono comportate benissimo, perché se non lo diciamo lasciamo il campo alla pancia (questa sì antipolitica) che grida vendetta per una vetrina spaccata. Per questo a Bologna la risposta cruenta e inutile alla contestazione verso Renzi viene legittimata, perché la pancia dell’opinione pubblica pretende il sangue di chi si ribella, senza se e senza ma. Tre: che abbiamo ancora bisogno della piazza, ma di una piazza capace di inventarsi nuovi modi, nuove azioni e nuovi stili. Lo dobbiamo a chi crede ancora alla libertà, all’uguaglianza, alla forza del “salvarsi insieme” e non da soli. 

Maria Pia Pizzolante su Left

 

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