L’ ex-colorificio di Pisa racconta una storia all’intero Paese.

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L’ ex-colorificio di Pisa racconta una storia all’intero Paese.

Una storia ambientata nell’ex-colorificio, uno dei tanti cadaveri di una produzione industriale che ormai non c’è più e che, sparendo, lascia come tracce da un lato edifici, stabili, interi quartieri abbandonati all’incuria ad imbruttire anche le città più belle, dall’altro conserva in mano di privati e industriali (J colors in questo caso) atti di proprietà e con questi privilegi: il privilegio di negare l’accesso, il privilegio di comprare, vendere, speculare, come se l’intera città fosse il giardino di casa.

L’elemento narrativo più coinvolgente della storia non è però dove è ambientata, ma i protagonisti e le loro azioni, il coraggio e la spregiudicatezza con cui hanno deciso di non permettere più che la logica della socialità creativa venisse messa in secondo piano rispetto al diritto di proprietà, con cui hanno affermato che la città appartiene a chi la anima e la rende comunità e non ha chi la compre per sfruttarla e poi abbandonarla.

Associazioni, collettivi e singoli cittadini entrano insieme nell’area dell’ex colorificio toscano, lo rimettono in piedi, puliscono, ridipingono, tengono nuovamente aperti quei cancelli che da tempo erano serrati. Lo fanno apertamente, mettendosi in gioco, con la forza di chi sa di essere sostenuto dai desideri di una città, chi sa che è nel giusto perché si conquista il diritto alla felicità e lo fa praticando la Costituzione, mettendo in atto quell’articolo 42 troppe volte dimenticato dallo Stato che parla di rendere, per l’interesse collettivo, pubblico il bene privato.

14000 metri quadri diventati luogo di incontro, di partecipazione, di costruzione di buone pratiche politiche. Ma anche ciclofficina, area concerti, gruppo di acquisto solidale, sportello migranti, cinema e autoproduzione artistica, co-ricerca. Un posto speciale ha sostituito il rumoroso vuoto di prima.

Un luogo che non era voluto da nessuno, che da anni cercavano disperatamente di vendere è diventato un luogo amato, vissuto, attraversato da tutte e tutti, un patrimonio cittadino e un progetto nazionale, perché ci ha insegnato a vedere servizi e nuove modalità di gestione, con l’idea che gli spazi sociali oltre ad essere aree resistenziali alla gentrificazione urbana possano essere anche creazione collettiva, bene comune e diritto inalienabile.

La possibilità di uno sgombero ci porta rabbia, ma non sconforto, perché sappiamo bene che la bellissima narrazione costruita a Pisa non si chiude con l’ordinanza, con la polizia, coi sigilli.

Questa storia non è finita, non basta sgomberare l’ex colorificio per fermare il progetto che si è sviluppato al suo interno, la progettazione di spazi sociali e la costruzione di beni comuni. Il Rebeldia e tutta Pisa continuano a condividere un sogno, e noi con loro.

 

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