Il diritto alla felicità – Carta di Pisa 2011

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Il diritto alla felicità – Carta di Pisa 2011

Pubblichiamo un estratto del manifesto politico approvato a Pisa durante l’assemblea nazionale di TILT.

Il diritto alla felicità – Carta di Pisa 2011

La questione generazionale come segno distintivo e caratterizzante, come tratto predominante e qualificante di un impegno politico, sociale, civile, letta e praticata non attraverso le lenti di uno schema classico legato al dato anagrafico, ma tramite l’elemento fondante della condizione di tante e di tanti di noi: la precarietà.

E’ iniziata da qui l’esperienza di Tilt! Con l’assemblea nazionale di Roseto degli Abruzzi a fine agosto e continuata a Pisa il 25-26-27 novembre. E’ a partire qui che abbiamo dato la nostra lettura del mondo e individuato insieme alcune soluzioni possibili per contrastarla. Una su tutte, il reddito di cittadinanza – a cui abbiamo dedicato anche un focus intensivo nell’appuntamento pisano e da cui partirà una vera e propria campagna da portare avanti in tutto il territorio nazionale.

Viviamo in un momento di crisi, in cui il vuoto politico e di credibilità lasciato dal governo Berlusconi ha costituito la base di legittimazione per un governo “tecnico”, che nonostante le dichiarazioni rischia di non esprimere nessuna discontinuità in termini di provvedimenti politici, economici e sociali.

Avremmo voluto votare, e non con questa legge elettorale. Avremmo voluto, e continueremo a chiederle al centrosinistra, le primarie perché crediamo realmente in questo strumento democratico di partecipazione.

Sappiamo che il processo di ricostruzione di una fiducia civile e politica sarà lungo, perchè gli ultimi 18 anni ci consegnano una società disgregata, confusa, incattivita, brutalizzata che avrà bisogno di tanto tempo prima di ritrovarsi. E la responsabilità di ciò non è solo nel berlusconismo, ma anche nella Sinistra, in pezzi stessi dei movimenti, nelle grandi testate d’informazione.

TILT

E allora noi che siamo nati o cresciuti o maturati dentro questo sistema, noi che sappiamo di non essere immuni, a Roseto e poi a Pisa abbiamo iniziato a sperimentare un luogo in cui decostruire le nostre appartenenze e metterci in ascolto e in condivisione, per creare una zona franca dalla logica del potere e poter invece agire un cambiamento. TILT vuole diventare un terreno di confronto permanente, assumendo la diversità dei soggetti e delle esperienze come ricchezza. Sono le relazioni che mettiamo in campo che proveranno a mandare in TILT questo sistema, fatto di barriere e di steccati tra soggetti organizzati e tra questi e i singoli. Vogliamo provocare un corto circuito vivificante per tutte le strutture cui apparteniamo e soprattutto per quelle che avranno interesse a dialogare con noi, provare ad allargare la partecipazione e a saldare patti di democrazia, convinti che l’indispensabilità di ognuno sia la forza che sconfigge la rassegnazione e l’idea che non ci siano sogni per cui lottare.

Vogliamo occuparci di contenuti, creare quegli spazi di socialità che ci hanno sottratto e fornire quei servizi che riconducono il fare politica al suo obiettivo originario: la cura. Vogliamo avere cura, di noi, delle nostre generazioni, delle nostre idee, delle nostre madri e padri, del nostro paese e dell’Europa che ci siamo immaginati e che cerchiamo ancora.

Abbiamo scelto di fare promozione sociale, di costituirci in associazione per questo. Facciamo TILT perché vogliamo diventare grandi rapidamente, senza diventare vecchi!

Cercheremo relazioni, agiremo conflitti, sperimenteremo pratiche, arriveremo più forti al prossimo confronto elettorale, di cui non saremo semplici spettatori ma protagonisti attivi e indisponibili se non a discutere dei temi e degli strumenti politici che ci stanno a cuore. Rivendicheremo con forza il diritto alla felicità perché alla domanda su come ci collochiamo nel tempo e nello spazio, vorremmo poter rispondere. Che senso ha la vita di un essere umano se non ha il tempo per pensarci e per pensare che un cambiamento sia possibile?

La crisi di un sistema. Un nuovo modello di sviluppo e una nuova Europa che includa il mediterraneo

La deregolamentazione richiesta dal modello neoliberista e l’ipotesi di crescita economica infinita sono incompatibili con i limiti ambientali dettati dai tempi naturali di rigenerazione delle risorse e al tempo stesso sono la causa prima della attuale crisi di sistema. Da qui nascono le disuguaglianze sociali senza precedenti, il collasso ambientale e territoriale, l’espansione del crmine organizzato -vera espressione del neoliberismo- e la crisi della democrazia, a fronte dello spostamento delle sedi decisionali dalla politica ai grandi centri transnazionali del potere economico. A fronte di ciò, le soluzioni prospettate non fanno altro che riproporre misure che appartengono a quello stesso paradigma economico che ci ha portato dove siamo. Al contrario, è necessario rimettere radicalmente in discussione il modello di produzione e consumo attuale, coniugando sostenibilità ambientale e giustizia sociale, attraverso la riconversione industriale ecologica in tutti i settori e avendo cura della fruibilità collettiva dei “beni pubblici”. Questo percorso deve avere una propsettiva almeno continentale: l’Europa deve essere in grado di coordinare politiche economiche, sociali, industriali e fiscali, improntandole, rompendo la spirale di auto-generazione della crisi e tutelando l’interesse dell’insieme dei paesi, soprattutto i più deboli. Il sogno dell’Unione Europea è ancora vivo e tutto da attuare: questo sogno consiste nell’unione dei popoli, nell’ampliamento della partecipazione democratica, nella protezione dello sviluppo sociale e culturale di tutti gli Stati membri. Tocca a noi far avverare questo sogno, declinandolo alla sostenibilità e sottraendolo alla falsa ideologia del fortilizio assediato: il Mediterraneo è una occasione unica per poter affrontare i nostri problemi, non a caso così simili su entrambe le sue sponde. Dobbiamo essere consapevoli del fatto che o ne usciremo insieme o non ne usciremo affatto.

Il male del nostro tempo. La lotta alla precarietà

La battaglia per liberarci dalla precarietà è il cuore del nostro agire. Perché la precarietà si fa vita, ci imprigiona in un presente senza respiro e ci fa vivere in apnea.

Una precarietà che ti divora. Perché vivere l’incertezza del futuro, lavorare con l’idea di un lavoro a breve o brevissimo tempo, eternamente ricattati, con diritti che languono e il pensiero fisso che si possa essere cacciati via in ogni momento e senza nessuna protezione sociale rende le esistenze fragili.

La politica deve smettere di immaginare che la precarietà sia un fatto necessario e fisiologico e fare della lotta alla precarietà lavorativa ed esistenziale un punto fondamentale del proprio agire.

Mai più lavoro subordinato mascherato

In Italia, gran parte del lavoro subordinato viene occultato tramite forme di contratto così dette “atipiche” e con partite Iva che in realtà non lo sono: tali forme vanno ricondotte dentro i contratti nazionali, e va contrastato con misure molto più incisive il lavoro nero.

Reddito minimo garantito

In Italia gli ammortizzatori sociali sono soprattutto legati al contratto di lavoro dipendente, per cui un numero sempre più rilevante di persone non riesce ad accedere ad una serie di diritti fondamentali quali il diritto all’abitare, alla mobilità, alla salute, al sapere.

E’ anche vero che non possiamo più definirci solo vittime della flessibilità (quando non significhi precarietà). L’idea di poter stare sul mercato del lavoro accumulando esperienze formative diverse e sfruttando le possibilità di spostarsi per migliorare la propria posizione professionale ed economica, fa parte a pieno titolo dell’approccio al lavoro da parte dei giovani.

Il reddito minimo sarebbe una soluzione in grado di conciliare tutti i punti di vista. Esso è uno strumento in grado di scardinare le distorsioni del mercato del lavoro, rendendo i lavoratori meno ricattabili; dà ai giovani la possibilità di una maggiore autonomia e capacità di scelta; è una misura di contrasto alla povertà; promuove l’integrazione sociale e garantisce una certa qualità di vita; è un elemento centrale della lotta alla crisi. E’ inoltre sostenibile dal punto di vista finanziario, se inserito all’interno di una più generale  riforma del welfare, del mercato del lavoro, e delle modalità per il reperimento e la spesa delle risorse pubbliche.

Contributi e previdenza: il diritto alla pensione

Con l’attuale sistema contributivo è assai concreto il rischio, soprattutto per le giovani generazioni e le donne che fanno lavori precari e discontinui, di avere una pensione al di sotto del reddito minimo vitale. Occorre dunque un ripensamento del modello pensionistico,a partire dall’utilizzo di un meccanismo tale da garantire a tutte le figure di lavoratori una pensione dignitosa. Inoltre, è necessaria un’amministrazione trasparente dei fondi accantonati presso la Gestione Separata dell’Inps.

Un Welfare universalistico, finanziato dalla fiscalità generale e tutele e diritti per tutt@

A fronte dei cambiamenti degli ultimi decenni, il modello di welfare europeo è entrato in crisi. Va ripensato un nuovo sistema di welfare che promuova le persone e le loro opportunità, che riconosca l’autonomia di scelta professionale, intellettuale ed artistica e che garantisca la continuità di reddito. Un modello di welfare universalistico, che estenda tutele e diritti all’intera cittadinanza, che sia fattore di sviluppo e non spesa passiva, che sia pensato per i giovani e per la loro formazione. Un welfare che sia finanziato attraverso un sistema fiscale che riequilibri le diseguaglianze, tassando le rendite finanziarie, recuperando risorse dall’evasione fiscale e dall’emersione dell’economia in nero.

Welfare e politiche di genere

Il dibattito sul welfare va affrontato partendo da una ricollocazione del lavoro non pagato (domestico e di cura) nel circuito macroeconomico: esso infatti costituisce oltre la metà del lavoro complessivo (retribuito e non), ma viene totalmente ignorato dal calcolo del Pil. Tale ricollocazione consente di sollevare la questione della qualità e dell’adeguatezza delle condizioni di vita e di benessere della popolazione lavoratrice non come responsabilità femminile, ma come questione centrale del sistema, riportandola di diritto dentro l’analisi della struttura economica e delle sue dinamiche.

In questa prospettiva, proponiamo di adottare alcune misure, tra cui l’erogazione di un reddito minimo diretto o indiretto che remuneri il lavoro domestico e assistenziale garantendogli l’inclusione sociale; l’obbligo di redazione del bilancio di genere per tutte le pubbliche amministrazioni, centrali e locali, quale strumento che consenta di ristrutturare le entrate e le uscite al fine di assicurare un’effettiva e reale parità tra donne e uomini; il rafforzamento dei servizi sociali e l’elaborazione di politiche di conciliazione e condivisione che eliminino le disparità di fatto di cui le donne sono oggetto nella vita lavorativa e favoriscano il loro inserimento nel mercato del lavoro.

Lotta alla mafia per combattere la crisi

La prima multinazionale italiana fattura ogni anno tra i 135 e 150 miliardi di euro, quasi l’8% del prodotto interno lordo: è la criminalità organizzata, che sottrae imponenti risorse alle già deboli fondamenta della nostra economia. Ecco perché la lotta alla mafia, e ai clan che dominano le nostre città, è una risposta forte anche alla grave crisi economica che stiamo attraversando.

I giovani provenienti dalle aree sottoposte a maggior controllo mafioso sono oggi depredati due volte, dalla violenza del neoliberismo, che li costringe alla precarietà esistenziale e al precariato lavorativo, e della criminalità organizzata: per questo, nella lotta alle mafie, servono anche nuovi strumenti di sostegno economico, come quello che proponiamo del reddito di cittadinanza, che renderebbe più difficile l’arruolamento giocato sulle sirene dei soldi facili offerti dalle cosche.

Diritto all’abitare

La precarietà di una generazione risiede anche nell’incertezza dovuta alla molteplicità dei luoghi in cui sovente è costretta a vivere, spesso confinati nelle periferie e mal collegati rispetto ai luoghi di formazione e lavoro. In questi ultimi anni, la casa è diventata oggetto di profitti e speculazioni di un mercato immobiliare globale. Si continua a costruire nonostante un livello di urbanizzazione esagerata: è necessario invertire la tendenza, riqualificare gli edifici pubblici dismessi promuovendo il concetto di social housing, istituire una legge sul diritto di prelazione del pubblico nell’acquisto degli immobili, calmierare i canoni di affitto.

Knowledge is power: archiviare la Gelmini e costruire l’Italia dei saperi

Vogliamo costruire un nuovo modello di scuola e di università che immagini la conoscenza come bene comune e liberi i saperi e la ricerca dal dominio dei profitti del modello Gelmini-Bocconi-Marchionne.

Bisogna ricominciare ad investire nella scuola e nell’università pubblica e garantire il diritto allo studio, tramite una ridefinizione di tutte le misure atte ad assicurarlo: borse di studio, servizi per gli studenti (alloggi, mense, trasporti ecc), sostegno alla formazione permanente, istituzione di forme di reddito per i soggetti in formazione. Un Paese che guarda in prospettiva deve mettere i suoi ragazzi nelle condizioni di costruirsi il proprio percorso di vita, a prescindere dalla condizione economica della famiglia di appartenenza.

Inoltre, va garantita la qualità dei tirocini e degli stage, prevedendo norme minime per assicurarne il valore educativo e la copertura economica e previdenziale, ed evitare lo sfruttamento indiscriminato cui invece assistiamo.

Mai più repressione e proibizionismo

Va posto un freno alla deriva securitaria, che alimenta una cultura ipocrita e repressiva, e rovesciata l’impostazione della problematica da una visione penale ad una visione sociale.

Non solo in Italia di Proibizionismo si muore – come hanno dimostrato in questi anni i casi Cucchi, Bianzino, Aldovrandi e altri; esso incide molto anche sui conti dello Stato. La legalizzazione delle sostanze leggere  azzererebbe i costi della macchina proibizionista (forze di Polizia ivi impegnate, carceri, sovraccarico nei tribunali ecc) e, nell’eventualità di un monopolio di Stato, apporterebbe introiti sotto forma di imposte

Va abolita la legge Fini-Giovanardi – che equiparando droghe leggere e pesanti, ha causato una crescita esponenziale del mercato delle droghe pesanti data la convenienza economica rispetto alle sanzioni penali previste – e va regolamentata la coltivazione domestica ad uso terapeutico e personale, che toglierebbe una fetta di mercato alle narcomafie, faciliterebbe il reperimento della sostanza per i pazienti, e garantirebbe la qualità del prodotto.

Cultura e rivoluzione: una sinistra di poesia e realtà

La chiave di volta di un nuovo paradigma politico e culturale è NOI. La collettività che si organizza riesce ad essere soggetto forte e determinante, fa fare un passo indietro alle rivendicazioni di una parte all’interno di una rete: il leader è l’ “idea”, come è successo con la vittoria dei referendum. Anche gli artisti e operatori culturali devono uscire da una condizione troppo spesso solitaria e creare reti di produzione di pensiero organizzato. La pratica culturale deve essere portata in luoghi liberi e autogestiti: luoghi partecipati di produzione e scambio di pensiero, dove le scelte arrugginite operate dalla politica vengano messe in discussione. La cultura è un Bene Comune e le stesse Parole sono della comunità: Parole che ci sono state sottratte dalla cultura del liberismo che le ha riempite dei loro significati bulimici, competitivi e mercato-centrici, e che vanno invece decolonizzate, riempite di significati condivisi.

Bisogna tornare ad investire nell’Educazione e nella Scuola, che sono i luoghi preziosi dello sviluppo individuale e della crescita del pensiero critico.

Una nuova idea di cittadinanza. Il diritto a restare e le seconde generazioni
In un’epoca in cui l’identità asseconda la diffusione di tendenze alla chiusura difensiva e reattiva all’interno di piccole patrie, l’esclusione dei migranti dall’insieme dei soggetti pienamente titolari dei diritti di cittadinanza, riveste un rilievo strategico, facendo della cittadinanza, al di là di ogni illusoria pacificazione, uno spazio di conflitto. Infatti i migranti- oltre che come vittime in fuga dai loro paesi d’origine – diventano sempre più spesso soggetti attivi, che esprimono resistenza e pratiche conflittuali innovative.

Tuttavia, la “naturalizzazione” da sola è ben lungi dal risultare conclusiva, se l’accesso dei migranti alla cittadinanza formale non corrisponde ad un effettivo godimento dei diritti a causa di persistenti forme di discriminazione sociale. Si passa  in questo caso da una cittadinanza sognata attraverso il diritto alla fuga a  una cittadinanza negata di fatto per l’esclusione dai diritti.

Bisogna puntare a raggiungere la terza fase del percorso, quella della cittadinanza praticata attraverso il diritto a restare, fatta una reale integrazione.

Soprattutto, la cittadinanza italiana deve diventare uno status acquisibile immediatamente da tutti i bambini che nascono in Italia da migranti: nella cittadinanza si cela l’opportunità per queste future generazioni di crearsi un’identità e poter crescere e partecipare alla vita democratica, sociale, economica e culturale alla pari dei loro coetanei autoctoni, senza essere sottoposti alla terribile precarietà esistenziale di una vita sradicata e fragilmente ancorata al permesso di soggiorno dei loro genitori.

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