Contributo di TILT! alla Conferenza nazionale ecologista di SEL

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Contributo di TILT! alla Conferenza nazionale ecologista di SEL

Roma, 26 ottobre 2013

«La battaglia per il clima e la salvezza dell’ambiente è la nuova frontiera dell’antifascismo nel mondo». Al Gore.

La crisi ambientale che il nostro pianeta sta attraversando, ci impone scelte radicali per riformare un sistema ormai al collasso. Un capitalismo sempre più distruttivo tenta di amministrare questi sconvolgimenti attraverso le regole del mercato, ipotecando il futuro di miliardi di persone per il semplice profitto. La salute, la cultura e la bellezza del paesaggio sono fattori troppe volte secondari rispetto ad un sistema economico in crisi, che tenta di ripartire attraverso la precarizzazione del lavoro e con scelte distruttive per l’ambiente. Le istituzioni nazionali e internazionali hanno troppe volte un ruolo secondario rispetto alle forze economiche private che dettano sempre più l’agenda politica degli stati. Come Tilt crediamo che sia necessario riappropriarci del ruolo regolatore delle istituzioni, coinvolgendo attivamente le comunità locali e puntando ad una riconversione ecologica della produzione e dei consumi.

L’ambiente non può più essere considerato come lo sfondo delle attività umane, ma deve, insieme al lavoro e al welfare, tornare ad essere un fattore determinante nelle scelte economiche e politiche dei prossimi anni. Molto si può e si deve fare soprattutto a livello locale attraverso interventi volti a ridurre il consumo energetico e le emissioni di gas serra, a fermare il consumo di suolo agricolo, a limitare la produzione di rifiuti e a incoraggiare realmente la raccolta differenziata. Un’inversione di tendenza che parta dai territori è quindi fondamentale per ridurre gli squilibri e rilanciare buone pratiche finalizzate alla salvaguardia dell’ambiente.

La complessità e l’ampiezza delle sfide presenti in Italia e nel mondo ci obbligano ad unire il fronte di coloro che hanno come obiettivo pratiche e modelli alternativi. È determinante quindi creare occasioni in cui diverse esperienze di buona politica e di opposizione alla distruzione di un territorio possano confrontarsi e conoscersi. Vogliamo ricostruire una sinistra che stia al fianco di coloro che lottano contro le devastazioni ambientali delle grandi opere e con coloro che difendono il loro diritto a vivere in una ambiente sano.

Dalla Sicilia a Venezia passando per la Val di Susa è sempre più evidente come il conflitto sui temi ambientali c’è ed è corposo. La politica da anni ha smesso di interrogarsi sulle modalità di interazione con le lotte che molto spesso sono territoriali ma sempre di più stanno assumendo carattere nazionale ed europeo. Nelle scorse settimane, ad esempio, abbiamo visto come una piazza chiamata contro la discarica del Divino Amore a Roma sia stata in grado non solo di esondare i confini cittadini in termini numerici, ma di raccogliere sulla stessa piattaforma tutta la moltitudine e le diversità delle lotte ambientali e contro il cosiddetto “biocidio”: dai No Tav al movimento No Muos passando per i No Triv, i comitati locali contro gli inceneritori e coloro che lottano nelle “terre dei fuochi” ecc… Tutte e tutti uniti per costruire una via d’uscita alla violenza distruttrice di questo tetro sistema capitalista.

Come Tilt ci siamo da subito messi ad indagare questa nuova dimensione delle lotte perché sono innovative, partecipate e in più si pongono l’obiettivo di superare l’attuale modello di sviluppo e di crescita. Le politiche di riconversione ecologica non possono prescindere da temi quali la riappropriazione degli spazi in dismissione e le lotte per difendere il bene comune. Il modello contro cui è necessario ribellarsi infatti, non si limita a devastare i nostri territori come avviene per il caso della Tav in Val di Susa, ma è lo stesso modello che in nome del lavoro e della produttività ci ha costretto a guardare inermi alla sofferenza di una città come quella di Taranto che è stata costretta a scegliere tra salute e lavoro. L’Ilva è il caso più rilevante proprio per l’ampiezza dei danni prodotti da questa industria su tutta la città, ma di ricatti si muore tutti i giorni e in tantissimi territori.

In Sicilia un fronte largo si sta opponendo al M.U.O.S. (Mobile User Objective System) un sistema di telecomunicazioni satellitare della marina militare statunitense, composto da cinque satelliti geostazionari e quattro stazioni di terra. In Basilicata dopo anni di perforazioni silenziose cresce un movimento No Triv che si oppone alle perforazioni petrolifere che stanno sostanzialmente desertificando il territorio e aggredendo tutto il comparto turistico ricettivo e in particolare l’agricoltura. La Basilicata è una regione tra le più povere d’Italia con tassi di migrazione altissimi e disoccupazione oltre il 60% che si è vista negli anni usare come merce di scambio dalla politica e dalle multinazionali dell’oro nero. Secoli di sapiente cura del territorio sono stati vanificati da un massiccio sfruttamento del sottosuolo, relegando l’agricoltura ai margini della produzione. Il settore agricolo è infatti un caso emblematico di come dal dopo guerra si stia sacrificando una delle eccellenze del nostro Paese a vantaggio del cemento e della rendita. Il modello capitalistico ha nel migliore dei casi imposto un sistema di monocolture intensive, producendo un danno non solo ai piccoli coltivatori ma anche alla qualità dei prodotti e al paesaggio italiano. Il progressivo abbandono delle terre ha prodotto infatti un cambiamento di destinazione del territorio soprattutto in pianura e in prossimità dei centri urbani. Il consumo di suolo ha raggiunto negli ultimi trent’anni ritmi allarmanti soprattutto nelle vicinanze delle grandi città. Il IX rapporto Ispra sulla “Qualità dell’ambiente urbano” obbliga la politica ad intervenire con provvedimenti immediati per fermare questo devastazione senza precedenti dell’ambiente italiano. Negli ultimi anni il consumo di suolo in Italia è cresciuto ad una media di 8 metri quadrati al secondo, “crescono le superfici artificiali e impermeabili”, si legge nel documento, “nel complesso le 51 aree comunali soggette a monitoraggio hanno cementificato un territorio pari a quasi 220.000 ettari (quasi 35.000 solo a Roma) , con un consumo di suolo giornaliero pari a quasi 5 ettari di nuovo territorio perso ogni giorno (sono circa 70 a livello nazionale). Il 7% del consumo giornaliero in Italia è concentrato nelle 51 città analizzate dall’Ispra con Napoli e Milano in testa che hanno ormai consumato più del 60% del proprio territorio comunale. Dobbiamo ridare spazio all’agricoltura come argine alle devastazioni prodotte dal cemento e restituire dignità ad un settore fondamentale per l’economia italiana. Per questo crediamo che le terre incolte vadano recuperate mettendole a disposizione delle cooperative di agricoltori che oggi faticano ad avere un reddito dalle loro coltivazioni, attraverso strategie che prediligano la produzione locale nel rispetto dei cicli naturali della terra e dell’ambiente. Il riuso delle terre oggi abbandonate deve coincidere con la coltivazione biologica. Questo processo garantirebbe da un lato la salvaguardia dei territori soprattutto in prossimità dei centri urbani, dall’altro un percorso del prodotto a Km 0 e la conservazione della biodiversità delle regioni. Verrebbe così meno quella produzione seriale di cui oggi è caratterizzata la distribuzione nelle città e in particolare negli ipermercati e supermercati. Questa strategia aiuterebbe sia gli agricoltori che i consumatori poiché i primi avrebbero un reddito garantito e i secondi consumerebbero cibi più sani.

Siamo convinti inoltre che una risposta alla gestione della filiera produttiva agricola, in un’ottica di sostenibilità e di risparmio, è rappresentata dalla agricoltura organica o agro-ecologia. L’agro-ecologia è una disciplina teorico-pratica che scaturisce dalle differenti esperienze sulla produzione agricola biologica che hanno attraversato il secolo scorso e quello attuale.

L’agro-ecologia prende in considerazione non solo l’aspetto produttivo, ma la dimensione ecologica, tecnica, socio-economica e culturale dell’agro-ecosistema. Gli obiettivi dell’agro-ecologia sono l’aumento della funzionalità e della produttività dell’azienda e la preservazione della biodiversità, il riciclo dei nutrienti, l’ottimizzazione dell’uso delle risorse locali e l’autosufficienza economica dell’azienda agricola. Tali obiettivi vengono perseguiti ripartendo dall’attenzione verso le diverse colture che la “rivoluzione verde” ha azzerato nel giro di pochi decenni e dall’applicazione di nuove proposte fornite dalla ricerca scientifica.

Vengono così recuperate pratiche indispensabili per l’equilibrio microbiologico e minerale del terreno come l’avvicendamento e l’uso di varietà locali e da fertilizzanti naturali. Inoltre la piantumazione di fruttifere e delle siepi, spazzate via anch’esse dall’avvento dell’agricoltura industriale, contribuisce ad aumentare la biodiversità all’interno dell’azienda e favorisce un maggior equilibrio ambientale. La ricchezza organica e minerale del sottosuolo e la grande diversità specifica del soprassuolo, rendono inoltre le colture più resistenti e meno suscettibili ad attacchi di malattie e insetti. In questo contesto il produttore, avvalendosi di queste pratiche, rende propedeutica la salvaguardia e la valorizzazione dell’ecosistema.

Il recupero di pratiche alternative deve essere quindi al centro di una nuova politica ecologista all’interno della sinistra. Non possiamo più permetterci di perpetuare modelli di sviluppo del passato, ma al contrario è necessario costruire un fronte comune contro le devastazioni che si stanno compiendo sul territorio italiano.

La lista delle lotte sparse sul territorio nazionale è lunghissima e ci da il segno di una vivacità dei conflitti ambientali che intercetta tantissimi temi tra i quali anche la difesa del paesaggio come quella del movimento “No grandi navi” a Venezia che prova a contrastare il passaggio di pericolose mega navi in un ambiente patrimonio mondiale dell’umanità. Il dato però è che tutti questi focolai di resistenza esistono e resistono nella completa sordità di partiti e delle istituzioni. I referendum del 2011 sono stati un momento eccezionale, poiché non solo si è arginato l’attacco del mercato ad un bene come l’acqua ma si è riusciti a resistere per l’ennesima volta alle sirene del nucleare. I movimenti hanno dimostrato alla politica e ai partiti che la paura perde e il sogno prima o poi vince. Quel popolo ha saputo parlare a tutte e tutti mettendo al centro il bene comune e non l’interesse dei mercati e degli affaristi.

Perciò è dentro questa dimensione che vogliamo muoverci d’ora in poi, ed è questo il grande compito degli ecologisti, rimettere insieme i nodi di una grande rete di comitati territoriali, vertenze e di pratiche di lotta perché sulla questione ambientale si gioca una grande sfida. Se la sinistra vuole avere ancora un senso non può che immaginarsi ecologista e rimettersi in sintonia diretta con i movimenti e i territori. Sintonia che non può più avvenire su livelli diversi di egemonia, ma può solo essere perseguita orizzontalmente attraverso pratiche di lotta e di partecipazione che coinvolgano in maniera paritaria tutte le singolarità oggi disperse nel Paese. Questa è per noi la sfida, complessa come è la crisi strutturale che stiamo vivendo. Vogliamo sentirci in campo per riaprire anche questa partita, per resistere alla distruzione del nostro territorio e per immaginarci ancora e con convinzione un altro mondo possibile.

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