Ancora diritti dimezzati

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Ancora diritti dimezzati

Affrontare il tema dei diritti civili in Italia, da sinistra, oggi, è come sfondare una porta aperta e trovarci dietro un portone di gomma ben serrato. Tutte le rivendicazioni essenziali sono state passate ai raggi X decine di volte, tra stanze private, salotti televisivi, aule giudiziarie e dibattiti pubblici, ma a fronte di un favore diffuso nella società non si hanno risultati concreti nelle aule parlamentari.
 
Che a tutt* debba essere garantita parità di accesso ai diritti dovrebbe essere ovvio, almeno in uno Stato laico. Nessuna condizione personale può impedire il godimento di qualsivoglia diritto civile, sia esso individuale o proprio di una formazione sociale. E però ciò in Italia, per la perversa ottusità di un’intera classe politica, è ancora un miraggio. Mentre altrove le organizzazioni LGBT possono occuparsi di garantire diritti effettivamente riconosciuti, e di contrastare le discriminazioni in forza delle garanzie dei quadri normativi, in Italia siamo ancora costretti a chiedere il riconoscimento delle dovute tutele, anche delle più basilari.

Negli ultimi decenni in questo Paese il legislatore, con identico approccio anche al cambiare dei governi, ha più volte proposto soluzioni parziali e insoddisfacenti (pensiamo ai tanti esercizi dei gioco linguistico dell’anagramma per i diritti delle coppie: pacs, dico, cus, didorè per fare solo alcuni esempi) per giunta rimaste lettera morta.
Tilt non può che guardare alla complessità, approcciando il tema dei diritti in senso complessivo, vogliamo difendere tutti i diritti per tutt*; sosteniamo le battaglie del movimento LGBTIQ e Tilt deve frequentarne gli spazi. Dobbiamo farlo però con uno sguardo originale, facendo lo sforzo costante di contaminare quei luoghi con la varietà dei nostri temi.
Il nostro orizzonte deve essere quello della parificazione totale dei diritti ( matrimonio per le coppie dello stesso sesso, possibilità di adottare) e della tutela delle persone discriminate, stigmatizzate, marginalizzate; lo abbiamo detto all’inizio di questo documento: si è già troppo discusso delle ragioni, non c’è bisogno di analizzarle qui.La necessità di una legge nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia e la transfobia si spiega da sé: le aggressioni contro persone LGBTIQ sono fin troppo frequenti, e non tutte giungono agli “onori” della cronaca.
Ma questo non ci basta.
Difendiamo, promuoviamo, pratichiamo una sessualità e un’affettività libere, la possibilità per ognun* di sperimentarsi, inventarsi, costruire i propri rapporti come meglio crede. Non vogliamo affermare la superiorità di un modello: di tutto abbiamo bisogno meno che di costruire nuovi moralismi. La rivendicazione del matrimonio è necessaria e irrinunciabile perché il principio della parità dei diritti non è negoziabile ma non c’è in questo un “giudizio di valore”. Paradossalmente, gay e lesbiche che non vogliono sposarsi possono affermare questo rifiuto solo se il matrimonio è tra le opzioni possibili, non se è negato a priori.
È importante che la cultura della non discriminazione e della promozione delle differenze diventi, anche in questo Paese, un paradigma di fondo della pubblica amministrazione. Si tratta di mettere in opera e promuovere buone prassi in grado di incidere con forza, pensiamo ad esempio alla possibilità, per studenti e studentesse transgender, di avere indicato sul libretto universitario il proprio genere; a tante azioni che possono efficacemente contrastare e rimuovere le discriminazioni; alla necessità di garantire il benessere psichico e fisico delle persone LGBT; a iniziative per la promozione della salute di tutte e tutti in rapporto alla sfera della sessualità.

Tilt su tutto questo vuole esserci, a partire dalla sua specificità e dalla sua identità. Sappiamo che saremo utili se sapremo portare anche lì il nostro specifico e anche su questo terreno siamo in campo con la volontà di costruire relazioni e di legare battaglie diverse per una rivendicazione generalizzata di diritti e di civiltà che comprende i diritti sociali e i diritti civili e tutte le diverse identità possibili.
Ma è in particolare sul terreno del lavoro e del welfare che l’orientamento sessuale e l’identità ed espressione di genere (OSIEG, o SOGIE come si dice oggi in Europa – e anche in ciò l’Italia segna ancora un ritardo) pongono interrogativi inediti rispetto ai quali la campagna di TILT sul reddito offre soluzioni parziali ma deve anche mettersi in discussione. Nel mondo del lavoro mercificato e nello stato sociale impoverito davanti ai quali ci troviamo, incontriamo infatti nemici ancestrali come il sessismo, espressioni tipiche del capitalismo come il colonialismo e il razzismo, e l’eterosessualità obbligatoria del familismo tradizionale messa a nudo appena ieri.
Oggi la struttura del lavoro e le condizioni contrattuali valorizzano e monetizzano sempre più spesso quelle che sono condizioni personali, estendendo lo sfruttamento a settori che formalmente esulano dalla sfera del lavoro in senso stretto. L’esempio classico è quello della grande capacità cura delle donne.
Chi vive una condizione di disparità di diritti e quindi spesso di discriminazione se non di marginalità, deve fare quotidianamente i conti con i pregiudizi e gli stereotipi, ma anche con le implicazioni pratiche della disparità obbligata. Così, ad esempio, il non avere figli* o una famiglia diventa un criterio privilegiato per l’assunzione di qualcun* che svolga lavori dequalificati notturni o con orari estremamente flessibili. Nei momenti di crisi economica, e con il diritto del lavoro in frantumi, la disponibilità extra derivante dalla messa a lavoro di una condizione personale costituisce un esercito di ore di riserva che induce un calmieramento salariale,calmieramento che con l’accentuarsi della frammentazione sociale, l’aggravarsi delle forme di discriminazione in tempi di crisi e l’ormai compiuta mercificazione delle vite attraverso la lavorizzazione delle biografie diventa al limite dumping salariale, abbassamento forzato del costo del lavoro che si modella sulle vite che stanno ai margini e che verso quei margini relega un numero crescente di persone. Il meccanismo fa leva su almeno due punti: il bisogno materiale e la ricattabilità che consegue dai contratti di lavoro precari; nel caso delle persone LGBTIQ, dei soggetti non normati, marginalizzati, discriminati, l’effetto di ricatto è moltiplicato dall’assenza frequente di reti familiari, reti che per altre persone affiancano o sostituiscono uno stato sociale insufficiente o assente. Per gay, lesbiche e trans* il lavoro è l’orizzonte – e troppo spesso per le persone trans* una chimera – dell’affrancamento sociale e dell’affermazione di sé.
Se in questo caso, come in quelli analoghi che riguardano tante donne e innumerevoli migranti, non individuiamo strumenti in grado di disinnescare il ricatto materiale, rischiamo di trovarci sempre sulla soglia di una guerra tra poveri, e le tristissime passioni suscitate da questa combinazione sono alla mercé del miglior populista. Mai come in questo caso, quindi, il reddito garantito è uno strumento per il lavoro, per la qualità e la libertà del lavoro e nel lavoro.
L’analisi così condotta si sforza di trasformare le “questioni LGBT” in un punto di vista, accogliendo l’invito rivoltoci dalle compagne di TILT a compiere quello sforzo analitico che ha trasformato le “questioni di genere” in un potente strumento di lettura della realtà contemporanea e dei rapporti di forza economici, politici e violenti che vi soggiacciono. È chiaro che una tale analisi dev’essere condotta contemporaneamente su una molteplicità di piani: dobbiamo essere intersettoriali, perché non siamo solo gay, lesbiche, precari*, migranti, studenti… abitiamo simultaneamente più di una condizione, transitoriamente o costantemente. La parità dei diritti e la ricostruzione di tutele minime universalistiche come il reddito sono la via maestra per saldare le lotte attraverso le differenze.
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Tilt
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