Anche la figlia dell’operaio vuole diventare dottoressa

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Anche la figlia dell’operaio vuole diventare dottoressa

Ovvero come la sinistra deve adeguarsi ai tempi moderni e cambiare prospettiva.

Usiamo strumentalmente uno dei mantra tradizionali della sinistra: “Anche l’operaio vuole il figlio dottore” perché ci sembra estremamente appropriato per rappresentare le difficoltà che vive la sinistra nel presente.

Il punto di analisi per noi non è tanto cosa vuole l’operaio (o meglio non nel rapporto con la prole), ma i desideri e il futuro di quella sua figlia, che deve finalmente e prima che sia troppo tardi, avere la possibilità di scegliere. Quella possibilità non è nelle facoltà di suo padre, vessato dalla crisi e non più in grado di sostenere la crescita della propria famiglia, ed è giusto che non lo sia, ma nell’indipendenza di quella figlia nella sua autonomia e nella sua aspirazione di liberarsi una volta per tutte dalle gabbie che un sistema di padri e padroni, hanno innalzato sulle vita vera di tutti e soprattutto di tutte

Uno solo deve diventare il mantra della nuova sinistra: autodeterminazione, liberazione delle energie, delle competenze, dei desideri di chi per troppo tempo ha vissuto al ribasso, ha sperimentato sulla propria pelle ricatti sempre più ineludibili per la mera sopravvivenza. A tutte e tutti la possibilità di scegliere, di investire su se stessi prima che su amici, parenti e raccomandazioni. Un attacco forte ad un sistema che proprio sul ricatto ha basato il suo impianto, dando linfa e fiato alle mafie, alle corruttele, ai sistemi contorti e chiusi che determinano quello spostamento della ricchezza nella mani del 1% della popolazione, lasciando il restante 99% ad agitarsi tra la difesa del lavoro (anche a repentaglio della propria vita) e la sottrazione dei diritti. E la sinistra tradizionale non può non cogliere il mutamento di prospettiva come fondante per la sua stessa sopravvivenza e per farlo forse deve riprendere contatto con i sogni interrotti d’intere generazioni ed uscire dalle capanne di certezze in cui troppo spesso si rifugia.

Passiamo dai mantra ai fatti per chiarezza: la campagna referendaria che si apre oggi con la consegna dei quesiti su art.8 e art.18 in cassazione. Tralasciando l’altissima probabilità che i referendum non saranno considerati ammissibili, giocando ancora una volta sulla pelle dei lavoratori una battaglia di resistenza e posizionamento, che pur ci sembra grave, si mette in campo una difesa del lavoro ad una dimensione. In un momento in cui i senza lavoro sono 2 milioni 764mila, mentre le persone in cerca di occupazione sono cresciute del 33,6%, cioè di 695mila unità. Mentre a pagare il prezzo più alto sono ancora i giovani: i senza lavoro tra i 18 e i 24 anni a luglio sono il 35,3%, in aumento di 1,3 punti percentuali su giugno e di 7,4 punti su base annua. Con un picco del 48%, su base trimestrale, tra le ragazze del Mezzogiorno. E, come se non bastasse, il ritmo di crescita annuo della disoccupazione giovanile è triplo rispetto a quello complessivo: 1 milione e mezzo in più quest’anno. La campagna referendaria appare dunque priva di un’analisi sul mondo del lavoro, sulla precarietà dilagante, sulla nuova composizione dello scontro di classe e sulla disoccupazione. Così posta assume il sapore di una battaglia tutta corporativa, a difesa di un modello che nei fatti è superato ma nessuno ha il coraggio di dire nulla perché vorrebbe dire riformare anche le forme di difesa del lavoro. Noi però vorremmo dire tanto, vorremmo dire che non ha senso riprendersi l’art. 18 se non cambia la legge 30non ha senso parlare di articolo 8 se non parli di reddito minimo garantito e vorremmo anche dire che la ricomposizione sociale e l’unità delle sinistre politiche, sindacali e di movimento non interessa a nessuno se non serve a cambiare le nostre vite e riprenderci il futuro. Vorremmo per una volta che si smettesse di parlare ai militanti ed ai tifosi, che si smettesse di parlare dei simulacri e della testimonianza delle virtù storiche della classe operaia e si iniziasse a parlare al paese,a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori, alle precarie e ai precari, alle migranti e ai migranti, ai disoccupati e alle disoccupate che mai vedranno un contratto, mai vedranno un diritto, una malattia retribuita, le ferie, la rappresentanza sindacale. Vorremmo per una volta parlare a tutte le donne che firmano dimissioni in bianco in caso di maternità, che subiscono violenze perché intrappolate in quattro mura, che pagano con le loro 15 ore di lavoro giornaliero le carenze di un welfare che non esiste nei fatti; vorremmo parlare agli studenti e alle studentesse che sono costrette a rinunciare all’università o che sono costretti a lavorare a nero per paghe da fame. Vorremmo dire che questo paese così com’è ci fa schifo e non abbiamo nulla da difendere senza un progetto di trasformazione reale messo in campo a partire dal welfare, a partire dal reddito a partire dalle nostre vite, dalla nostra autonomia e dai nostri desideri.

Siamo con tutti gli operai a rischio in questo momento, siamo con tutti i lavoratori maschi che pagano la crisi, ma siamo altrettanto e soprattutto con le lavoratrici, con le/i precarie/i, con le/i disoccupati, siamo con chi potrebbe risollevare questo paese e viene lasciato ai margini, anche dalla sinistra. Difenderemo l’art.18 e ci batteremo contro l’art.8 se e solo se insieme si parlerà al paese e all’Europa di un nuovo modello di welfare, universale, con tutele e diritti estesi a tutte e a tutti. Per questo è fondamentale la battaglia per il reddito minimo garantito. Per uscire dal ricatto, per ridistribuire le ricchezze, per dare a tutte e tutti la possibilità di liberarsi, per avvicinarsi davvero all’Europa di Altiero Spinelli: misure di sostegno al reddito sono presenti in tutti i paesi europei, tranne Italia e Grecia, vogliamo ancora rimanere qui? C’è già una proposta di legge d’iniziative popolare sul reddito minimo garantito, ci sono già banchetti in giro e moduli raccolti, ci sono gruppi e comitati che delineano le vere e nuove coalizioni sociali, quelle che parlano alla vita e non alle alleanze e ai posizionamenti, ci sono elaborazioni, studi, approfondimenti a uso e consumo di chiunque, soprattutto di chi vuole fare i conti con i mutamenti in atto e con un paese in forte ritardo, che deve scegliere una volta per tutte di avere delle priorità e quelle priorità non possono che essere diritti universali. Il diritto sul lavoro e, soprattutto, il diritto alla vita. 

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