A Ferrara per la sinistra del XXI secolo

 > CONTENUTI  > A Ferrara per la sinistra del XXI secolo

A Ferrara per la sinistra del XXI secolo

Ho conosciuto TILT l’anno scorso, quando con un gruppo di Sinistra Ecologia Libertà a Vetralla decidevamo di costruire un’iniziativa sul lavoro. Avevamo capito che TILT era l’unica realtà che potesse parlare della questione in maniera concreta e reale, senza timidezze o inchini da fare a nessuno.

Da lì è iniziato il mio percorso con TILT, sempre più intenso, un sentiero di vicinanza sempre più stretto, fino a diventare una casa comune di azione politica. Perché questo è per me TILT. Prima di tutto una casa. Una casa dove trovano accoglienza realtà tagliate fuori fino ad oggi dalla politica istituzionale, realtà sociali che continuano a non essere ascoltate da gran parte della dirigenza politica di sinistra.

Parlo soprattutto di una generazione, quella racchiusa non tanto nel dato anagrafico, quanto nel dato statistico e financo troppo generoso, della precarietà. Una generazione esclusa non solo dai diritti, quelli fondamentali, alla casa, al lavoro, a una vita dignitosa, ma esclusa dalla stessa partecipazione politica. Giovani precari utilizzati troppo spesso come emblema della crisi, come figurine da tirar fuori quando si parla di cambiamento e rinnovamento, giovani “maschere buone” di partiti vecchi. Ma quasi mai giovani politici o giovani attivisti.

L’ho vissuto sulla mia pelle, con le innumerevoli pacche sulle spalle ricevute dopo un intervento, magari dirompente, durante una riunione politica o un’assemblea; l’ho vissuto con i tanti “brava” che si traducevano con qualche contentino, la responsabilità di creare una locandina, o di una candidatura di servizio, ma mai con una reale volontà, da parte di chi la politica la fa da anni, a trovare una linea politica comune.

E’ qualcosa che percepisco sempre più quando si parla di sciopero, perché chi è precario, come molti di noi, non ha la possibilità di parteciparvi,  perché i permessi sono duri da ottenere e si è sempre sotto il ricatto del licenziamento; di fatto chi è precario e fa politica molto spesso deve scegliere per conciliare orari di riunioni, commissioni comunali, coordinamenti di partito. Scegliere tra vita e politica, e spesso anche tra lavoro e politca. Distaccamenti e rimborsi sono ormai misure desuete. E questa è forse l’evidenza più palese del fatto che siamo esclusi dalla partecipazione politica quantomeno istituzionale. Credo che dentro la battaglia sul lavoro ci debba essere l’adeguamento dei regolamenti istituzionali di partecipazione e democrazia al nuovo mondo precario.

E invece TILT è partecipazione politica. E lo è in senso stretto. Quello che più mi ha affascinato è stato infatti la capacità di TILT di sapersi distinguere da qualsiasi altra associazione che opera nel sociale con uno sguardo, sicuramente indispensabile, alla politica. Vengo da una bellissima esperienza nei centri sociali e dall’altro lato dall’esperienza di partito. Da un lato il movimento, dall’altro l’istituzione. TILT mi ha saputo catturare grazie all’idea di non rilegarsi necessariamente a uno dei due ruoli, ma al sapere stare tra i due, cosa seppur difficilissima, ma per me fondamentale.

Sono convinta che TILT non possa proporre campagne di avanzamento dei diritti, e non possa produrre cambiamento reale, senza camminare al fianco di parti politiche. Con questo intendo tutte quelle parti che vogliano intraprendere un percorso comune, tutte. Perché la bellezza di TILT è quella di dare spazio di partecipazione politica vera a chi crede che la sinistra in questo paese possa ancora cambiare.

E’ pur vero che oggi non è per nulla facile trovare interlocutori politici. Il giorno della proclamazione di Napolitano ho avvertito un tonfo al cuore. Non che alle politiche il mio cuore avesse battuto forte di gioia, anzi, ma la scelta di Napolitano ha significato non solo non avvicinarsi nemmeno di poco alla richiesta di cambiamento che veniva sollecitata in maniera forte dalla società, ma la ripresentazione, con lo stesso volto e lo stesso nome, di un modo di fare politica da cui io mi sento totalmente estranea, perché fatto di inciuci, di giochi di potere, assolutamente lontani dai pensieri di un’Italia disperata.

La tentazione dell’extra-parlamentarismo è forte per me, forse ancor di più di quanto sia per me quella di emigrare. Perché quando molti di noi vanno all’estero non si tratta di giovani aperti all’europeismo e figli dell’Erasmus, adesso si tratta di migranti. Cominciamo allora a cambiare vocabolario. E cominciamo a dire e a far capire a media e istituzioni che è ora di cambiare linguaggio, perché quello finora usato, anche quello è desueto. Cominciamo a parlare di emigrazione. La nostra.

Sono convinta che TILT debba fare questo. Debba cercare sponde politiche da cui farsi inseguire per imparare come si parla e di che si parla nel XXI secolo. Non è un atto di presunzione, tutt’altro. E’ la sfiducia in una non-rappresentanza che si traduce nel desiderio di non delegare, ma di capire come noi stessi possiamo capire e rappresentare, nel dialogo con altri, le nostre istanze. Siamo chiamati e chiamate a farlo nei territori, in ogni territorio, con tutte le istituzioni che lo governano e con tutte quelle associazioni che girano attorno ai nostri contenuti e alle nostre battaglie.

Quello che mi convince è che TILT può e deve sapere essere una realtà mobile e creativa, che sappia essere ovunque, dove gli altri non sono, e insieme agli altri se ci sono. Inventare strategie che ci sappiano rendere indispensabili e dettare, laddove possiamo, le priorità dell’agenda politica.

L’abbiamo già fatto, con la raccolta firme sul reddito minimo garantito, lo possiamo continuare a fare a partire dagli stimoli e dalle sollecitazioni che abbiamo raccolto anche in questo fine-settimana. L’esperienza di trasformazione del Leoncavallo, gli spazi di impresa creativa ricreati da Spazio Grisù, le lotte e l’esperienza di Facciamoci Spazio e di Nien Lab,  devono essere i tasselli di una rete che per una volta chieda a tutti i livelli istituzionali, anche a livello nazionale, il riutilizzo degli spazi pubblici. Così come la tenacia dei compagni e delle compagne toscane nell’intercettare il mondo dei commercianti deve riuscire ad emergere come lotta comune, oltre la singola esperienza locale. Per fare questo abbiamo bisogno di parlare con tutte e tutti, anche con i grillini, perché esistono e dobbiamo farcene una ragione.

Al di là delle megalomani follie di un capo ingombrante, sul terreno del Movimento 5 Stelle crescono domande a cui nessuno ancora sa rispondere. Poco tempo fa abbiamo partecipato ad un incontro sul reddito minimo garantito presso una realtà autogestita a Roma. Vi assicuro che, quando sono intervenuta, e anche dopo, coloro che mi guardavano con più interesse e non mi strappavano gli occhi di dosso, erano proprio convinti elettori del M5S, tanto da aver parlato più di un’ora poi con loro. Questa è una sfida che noi dobbiamo cogliere, non per insegnare nulla a nessuno, tantomeno come fare politica, piuttosto per ascoltare e coltivare laddove crediamo ci sia terreno fertile per costruire relazioni.

Ampliare la rete, con qualsiasi mezzo, si presenta come strumento imprescindibile, cercando anche forme creative di reperimento fondi,forme magari sconosciute ma che sappiano intercettare anche un pubblico lontano dai salotti sinistrodi.

In questo dobbiamo essere uniti ed insegnare alla sinistra ad essere unita, senza sottolineare in modo morboso chi è più per le pale eoliche e chi per il fotovoltaico, chi per la maglietta rossa con il Che, chi per la maglietta verde con il Che, chi per la centesima rilettura del Capitale e chi per la visione più attuale dell’anti-imperialismo.

Per me non è questo il momento dello sfrenato antagonismo, anche quando un governo filo-berlusconiano ti fa venire il cuore gonfio di rabbia. E’ il momento della propositività e di canalizzare quella rabbia in strategie intelligenti per il fare e per il far fare qualcosa che vada oltre l’ennesima riproposizione degli ennesimi programmi elettorali (tutti uguali) mai portati a termine.

Penso a qualcosa di molto semplice, alle parole che Maria Pia ha detto nell’intervento in Piazza SS.Apostoli lo scorso sabato a Roma. C’è una differenza che si evince tra quelle parole e quelle di chiunque altro stia fuori da TILT. La differenza sta nella caparbietà con cui si è sicuri di ascoltare e capire un mondo che non lo si guarda da lontano, ma è una quotidianità che si vive ogni giorno. Penso che tutte e tutti noi, come ha fatto ieri Diego e come già per fortuna ci capita di fare, dobbiamo, sempre più, sentirci addosso la responsabilità di dire faccia a faccia a chi ci ascolta che la società o si vive o si scrive nei programmi elettorali, e noi questa società vogliamo viverla e attraversarla tutta nella sua complessità, cercando soluzioni non per sopravvivere ma finalmente per vivere.

 Giulia Ragonese

user-gravatar
Tilt
No Comments

Post a Comment

Comment
Name
Email
Website