8 marzo per il reddito di autodeterminazione – di MARIA PIA PIZZOLANTE

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8 marzo per il reddito di autodeterminazione – di MARIA PIA PIZZOLANTE

Un 8 marzo atteso e internazionale. Un 8 marzo fondamentale per uscire dalle secche di dibattiti chiusi nei confini nazionali. Le donne scioperano in oltre 40 paesi nel mondo. Le donne scendono in piazza, costruiscono parole d’ordine e mobilitazione attorno ai nodi irrisolti della contemporaneità. Le disuguaglianze e la violenza, fenomeni spesso intrecciati, origine di molte delle rivendicazioni di questo 8 marzo. A partire dalla piattaforma italiana del movimento “non una di meno”, 8 punti formulati nei tavoli di una affollatissima assemblea nazionale a Bologna. Tra i punti della piattaforma il reddito di autodeterminazione, uno strumento che parla al nodo fondamentale del lavoro e del welfare ma anche alla liberazione dai ricatti che la precarietà esistenziale ha diffuso, ma che le donne spesso hanno conosciuto prima, proprio a partire dalla loro esperienza di genere. Il lavoro che manca, il lavoro che quando c’è non ha salari dignitosi, richiede una disponibilità di tempo assoluta, spesso diventa una prestazione gratuita, il ricatto dovuto all’assenza di qualsiasi protezione sociale, il ricatto familiare, l’impossibilità di scegliere e determinarsi appunto. Non più e non solo dunque uno strumento di lotta alla povertà, ma un modo per rendere protagoniste indipendenti della loro vita tutte coloro che vivono situazioni di violenza domestica che sappiamo essere purtroppo un fenomeno ancora troppo diffuso. I numeri sono noti, un po’ meno lo sono le misure volte ad arginare questi fenomeni, anche perché spesso si fa davvero poco. Siamo ancora in attesa di una legge sull’educazione sentimentale, abbiamo ancora troppo poche risorse per centri antiviolenza, case delle donne, asili nido e l’elenco potrebbe continuare. Ma l’assenza più grave è proprio quella di un reddito minimo garantito in questo Paese.

Proprio in questi giorni è in discussione al Senato un provvedimento che viene erroneamente accostato ad un reddito di inclusione sociale. Si tratta in realtà di pochi fondi messi al servizio di situazioni familiari particolarmente difficoltose. Famiglie numerose che vivono sotto la soglia di povertà, a cui per l’accesso a questo reddito di ultima istanza viene fatto obbligo di eseguire lavori socialmente utili, anche questi ancora oscuri. Ma oggi, per questo 8 marzo, non è tanto delle tecnicalità della legge che è utile parlare, quanto dei punti fondamentali che fanno la differenza tra un reddito di autodeterminazione e una misura a tal punto vincolante da divenire una trappola paragonabile alla sua totale assenza. Le donne lo sanno. Serve una misura che liberi, dalla precarietà, dall’ansia quotidiana, dal lavoro degradante e mobbizzato, ma anche dalle famiglie. Laddove esse spesso non garantiscono, in particolare le donne, nella libera espressione dei loro desideri e potenzialità. E non serve obbligare a lavori, che invece di stimolare, aiutare a crescere, formare una persona, la costringono a faticare per pochi spicci e forse anche per ciò che non produce, non arricchisce, non forma. Ancora una volta, pensate alle donne, ai lavori domestici, alla cura degli altri, bambini o anziani che siano. Per quanto saranno ancora considerati non lavori, da non retribuire e dunque da relegare a chi per mantenere gli equilibri familiari rinuncia a lavorare. Eppure nel mondo si parla di automazione, di pari distribuzione dei lavori domestici, di congedi genitoriali paritari. Eppure avendo bisogno tanto più di cura delle persone che di fabbriche inquinanti, forse dovremmo cogliere l’occasione per creare lavoro buono e parimenti retribuito. In barba al gender pay gap. Eppure, qui in Italia, nell’anno domini 2017, rischiamo la classica montagna che partorisce il topolino. Dopo tante discussioni, dopo proposte di legge avanzate sul reddito minimo garantito, tra cui quella di iniziativa popolare per cui tante donne si sono spese, forse allo sciopero delle donne la politica risponderà con una generica misura contro la povertà. Non solo troppo poco, ma anche troppo rischioso. Siamo sicuri che in quelle famiglie che beneficeranno del reddito di inclusione, che in quei lavori socialmente utili non si annidino forme più insidiose di sfruttamento? No. Siamo consapevoli che il maggior numero di violenze contro le donne si manifestano nelle famiglie? Allora perché non dar vita ad una misura individuale? Questo non aiuterebbe solo le donne a liberarsi, ma qualunque soggetto costretto a vivere una subalternità che da economica diventa sociale rispetto alla propria famiglia. Pensiamo ad un ragazzo in difficoltà nel fare coming out prima a casa che fuori. Pensiamo a chi vorrebbe studiare ma per le esigenze di una famiglia in rosso non può che andare a cercare lavori sottopagati, in nero, senza sicurezza. Pensiamo a chi magari vorrebbe investire su un’idea, su una capacità, su se stesso e ci rinuncia perché le misure pensate per la famiglia impongono una serie di obblighi. Appunto, le donne lo sanno, abbiamo bisogno di un reddito per l’autodeterminazione, non di uno strumento qualunque pensato male e realizzato peggio. Abbiamo bisogno che le offerte di lavoro a cui si è sottoposti abbiano una qualche attinenza con le proprie aspettative, tendenze, competenze. Perché il senso di colpa che ci hanno voluto imporre, quell’idea patriarcale e fatta di dominio e possesso per cui se “non ce la fai”, se non reggi le condizioni che la società ti impone, è colpa tua, sono appunto gli alleati più affidabili della conservazione dello status quo, del mantenimento di un esercito di sfruttati e sfruttati “disposti/e a tutto”.

Per questo e con rinnovata convinzione l’8 marzo scioperiamo. Perché se le nostre vite non valgono, non produciamo, incrociamo le braccia e scendiamo in piazza. A Roma, ci vediamo davanti al Colosseo alle 17.

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